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Via d'Amelio, la strage dei misteri: le piste aperte per scrivere "verità" sulla lapide di Borsellino

A Caltanissetta tanti i filoni aperti per cercare la verità sull'uccisione del magistrato antimafia e dei cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina

19 Luglio 2025, 08:50

Strage via d'amelio

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Le foto di Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta sono proiettate di sera sui muri del palazzo di giustizia di viale Libertà durante un’iniziativa dell’Anm. Quegli uomini, barbaramente ammazzati in via D’Amelio 33 anni fa, chiedono ancora giustizia. Nonostante i processi che si sono celebrati sul più vergognoso depistaggio della storia, nella ricostruzione su quanto accade il 19 luglio 1992 ci sono ancora dei pezzi mancanti. Gli anni sembrano cancellare i ricordi. Ma a Caltanissetta i magistrati guidati da Salvatore De Luca non hanno perso le speranze. E nonostante polemiche e frecciatine da più fronti, il pool ha riletto le carte e ha raccolto nuove testimonianze. Sono stati ripresi in mano 400 fascicoli e analizzate le perizie effettuate sui reperti dell’attentato (tranne quelli che sono state fatte sparire). I pm cercano le risposte giudiziarie tra mafia, imprenditoria e massoneria. Tanti sono i buchi da coprire: partendo dai ruoli dei “colletti bianchi” che sono riusciti a farla franca. Alcuni nel frattempo sono morti.

I misteri sono tanti. E il tempo rischia di cancellarli.
Per riavvolgere i fili, bisogna andare ai giorni precedenti alla Strage. Alla fase preparatoria della condanna a morte di Paolo Borsellino. E forse bisognerebbe dare finalmente un volto e un nome all’“uomo X” del garage di via Villasevaglios 17, che ha guardato negli occhi gli esponenti di Cosa nostra mentre imbottivano la Fiat 126, rubata da Gaspare Spatuzza, di tritolo. Un uomo che i collaboratori di giustizia non avevano mai visto prima di quest’operazione. E poi resta da localizzare il punto esatto da cui il commando di morte ha premuto il telecomando con cui è stata fatta saltare in aria la macchina che si trovava a pochi metri dalla casa della mamma del giudice. Nell’attico di un edificio che si affacciava in via D’Amelio, costruito dagli imprenditori Graziano vicini ai Madonia di Resuttana, furono trovate delle cicche di sigarette. E dietro alcune siepi fu rinvenuta una vetrata blindata. Questi reperti però sono stati prelevati, né il Dna è stato mai acquisito. Una falla (anzi l’ennesima) nella calda estate del 1992 quando un plotone di poliziotti da tutta l’isola è arrivata in via D’Amelio all’indomani della strage per dare un supporto ai colleghi palermitani.

Ma c’è anche il giallo del telefono della madre del giudice Borsellino intercettato “abusivamente”. Nessuno, se non la scorta e la diretta interessata ed il figlio, sapeva che nel primo pomeriggio di quel 19 luglio il giudice avrebbe raggiunto la madre per accompagnarla dall’amico medico per una visita.
Omissioni oppure errori? Questo ancora non è chiaro: ma dopo 33 anni c’è chi grida vendetta. A guidare il pool di investigatori sulla strage c’era Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto che aveva lavorato con i servizi segreti con il nome di “Rutilius”, c’era anche Bruno Contrada del Sisde che venne chiamato a Caltanissetta per condurre le indagini - anche se l’organismo non aveva ruoli di polizia giudiziaria - e alla guida degli uffici giudiziari nisseni era da poco arrivato Giovanni Tinebra, il procuratore che avrebbe fatto parte della massoneria, così come è emerso negli ultimi interrogatori svolti dai pm di Caltanissetta. Tre persone, con ruoli investigativi differenti. Due di loro hanno portato nella tomba i segreti di una carriera che ora viene messa in discussione. Bruno Contrada, con i suoi anni e gli acciacchi della vecchiaia, ha poco da raccontare anche perché cinque mesi dopo via D’Amelio è finito in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Non dimentichiamo che la Corte Europea ha disposto per lui il risarcimento perché all’epoca il reato non esisteva.

Misteri e malaffare dietro alla strage di via D’Amelio. Molti tremarono dopo la testimonianza del 25 giugno di Paolo Borsellino a Casa professa. Un racconto di venti minuti che fece spaventare chi tra massoni, imprenditori e mafiosi si erano mossi dietro la strage in cui hanno la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Cinquantasette giorni - tra Capaci e via D’Amelio - e una verità che deve essere ancora scritta per smascherare i nomi di quegli uomini in giacca e cravatta che hanno avuto un ruolo nelle bombe del 1992. Basta menzogne. Basta assoluzioni.