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D’Agostino non lascia ma raddoppia: «Noi perbene, il progetto va avanti»

L'intervista al deputato regionale di Sicilia Futura e candidato alle prossime Politiche, considerato il referente politico del sindaco di Acireale arrestato nell'operazione Sibilla e accusato di aver procacciato voti in suo favore

D’Agostino non lascia ma raddoppia: «Noi perbene, il progetto va avanti»

«Evidentemente sì».

Fa sempre impressione vedere un sindaco in manette.

«Certo. Si figuri a me che considero Roberto mio fratello...».

Lei come sta vivendo questa storia?

«Con grandissima sofferenza».

Che idea s’è fatta delle accuse a Barbagallo?

«Non entro nel merito dei fatti processuali».

Per Acireale è la fine di un’era?

«Dopo lo stordimento per la notizia, fiducioso del fatto che il sindaco riuscirà a dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati, il nostro gruppo ha deciso di andare avanti. E quindi il progetto continua».

Significa che il sindaco non si dimetterà?

«Il sindaco in questo momento è in carcere e deve pensare a difendersi al meglio. Roberto è parte di un progetto, di un gruppo. Non abbassiamo la guardia, andiamo avanti per il bene della città. In coerenza con quanto di buono fatto in questi quattro anni».

Alcuni di fatti emersi dall’inchiesta mettono in dubbio questa bontà...

«Quali fatti?».

Le accuse sulla condotta del sindaco, tanto per fare un esempio.

«Nei suoi confronti ce n’è solo una. E spero che riesca a chiarirla celermente e totalmente».

L’immagine della città esce a pezzi.

«L’idea di far apparire Acireale come centro del malaffare non regge. La città, in questi anni di ottimo governo di Barbagallo, il malaffare l’ha combattuto: tolte le clientele, allontanata la delinquenza dal Comune, combattuti l’abusivismo nei mercati e i reati ambientali, ridotti debiti enormi frutto di inefficienze e corruttele, ruotati tutti i dirigenti e funzionari con legalità e trasparenza... Continuo?».

Non ce n’è bisogno.

«I cittadini queste cose ce le riconoscono. E infatti sono sorpresi di ciò che è accaduto».

Lei non è indagato né coinvolto. Ma si sente una responsabilità morale?

«Sono coinvolto totalmente a livello emotivo. A livello politico, quello di CambiAmo Acireale, al netto di qualche scivolone, è un progetto positivo e innovativo».

Lei, da leader di questo progetto, ha qualcosa da rimproverarsi?

«C’è sempre qualcosa di cui rimproverarsi, soprattutto se sei un leader. Ad esempio mi rimprovero il fatto di non andare mai al comune, perché lascio totale autonomia alla squadra di governo, salvo concordare tutti assieme le scelte politiche più importanti. Per il resto non ho nulla da rimproverarmi: non frequento delinquenti, né affaristi. E ritengo di non commettere reati. Magari qualche leggerezza».

Lei è candidato alle Politiche. Ha detto che «col cuore gonfio di dolore» avrebbe deciso il da farsi. Per legge non può ritirare la candidatura, ma si ritirerà dalla campagna elettorale?

«Oggi la coincidenza della mia candidatura pesa. Anche su questo il gruppo ha riflettuto. E la scelta è stata: andiamo avanti, pure con la campagna elettorale. Anche per dimostrare che noi siamo persone perbene»,

Il caso Acireale può mettere a rischio il definitivo ingresso, suo e di Sicilia Futura, nel Pd?

«Ormai Sicilia Futura e il Pd sono la stessa cosa. Io sono candidato del Pd. Io sono già nel Pd».

Ha sentito qualcuno del Pd in queste ore?

«Sì, ho sentito tutti. Ricevendo sobrietà e solidarietà».

Anche da Renzi?

«Ma cosa importa, in questo momento, sapere chi mi ha chiamato?».

Importa, eccome. Una cosa è che la chiami, con tutto il rispetto, Faraone, un’altra è il livello Nazareno...

«Ho sentito il Pd. A tutti i livelli. Stop».

Cosa cambia, adesso, nella strategia della sua campagna elettorale?

«Dovrò stare attento a chiedere a qualche amico 300-400 voti...».

Una dotta citazione delle intercettazioni che la riguardano...

«Lo dico simpaticamente. È un mio modo di fare con tutti. Gli amici dicono che sono uno stalker. Perché chiedo a tutti il massimo impegno. E uso spesso questa iperbole numerica per motivare chi mi può fare campagna elettorale. Anche in dialetto, con linguaggio colorito e folkloristico».

Al di là del folkore e soprattutto degli aspetti penali, non ritiene che dall’inchiesta venga fuori un suo modo spregiudicato, e talvolta borderline, di fare campagna elettorale?

«Poco fa mi chiedeva se ho qualcosa da rimproverarmi. Ne ho dimenticato una: fare un uso del telefono un po’ più responsabile... Ma io faccio campagna elettorale così da una vita. Col contatto diretto e personale. Ho centinaia di amici. Non vivo di apparati o di salotti, né di frequentazioni malsane. Quindi devo stressare al massimo le persone che mi onorano della loro fiducia e stima. E i voti li chiedo a tutti. A proposito: lei in che collegio vota?».

Non in quello dov’è candidato lei.

«Ah, peccato. Ma avrà qualche amico da sollecitare, residente dalle mie parti...?».

Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Twitter: @MarioBarresi

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commenti 1
  • massiveattack77

    26 Febbraio 2018 - 07:07

    Siamo perbene.....ahahahah

    Rispondi

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