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Catania

Catania, i risparmi sottratti ai correntisti e il giallo del bancario suicida

Di Vittorio Romano

Catania - Sembra essere un periodo nero questo per i risparmiatori e i piccoli investitori che hanno deciso di fidarsi delle banche affidando loro la gestione di quanto messo da parte negli anni. Dopo l’ormai noto caso che ha coinvolto, anzi travolto, Banca Base, ora a far discutere è quanto sta succedendo in un’altra piccola banca locale - che però, a differenza della prima, versa in stato di buona salute - soprattutto dopo il suicidio di un suo impiegato avvenuto lo scorso mese di marzo e passato sotto silenzio. Suicidio che comincia però a tingersi di giallo da quando una folta processione di clienti della banca etnea ha iniziato un frenetico andirivieni agli sportelli per chiedere conto e ragione dei propri risparmi finiti nel nulla e a mostrare ricevute di operazioni bancarie non riscontrate dalla tesoreria della banca.

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Il trait d’union di tutti questi correntisti è l’avere sempre operato con il bancario suicida o in qualche modo averci avuto a che fare sia per motivi strettamente bancari, sia per motivi personali. Il resto della storia non lascia spazio alla fantasia: si va da chi pensava di essere possessore di titoli di Stato e ha invece scoperto che la documentazione relativa consegnatagli dal bancario suicida era solo un falso, a chi ha potuto verificare che dal suo conto erano stati effettuati bonifici o emessi assegni a favore di terzi sconosciuti.

A questo punto qualcuno ha voluto vederci chiaro e sia la banca sia la magistratura ordinaria hanno iniziato due autonome indagini per capire cosa realmente fosse successo e se il suicidio fosse da collegare alle conseguenze degli ammanchi di denaro e, dunque, a una condotta poco cristallina dell’impiegato, che, vistosi scoperto, non avrebbe visto altra via d’uscita che farla finita. E infatti è saltato fuori che nei giorni che hanno preceduto il gesto estremo l’uomo aveva ricevuto “visite” sul posto di lavoro (nonostante trasferito ad altro ufficio dalla banca che aveva iniziato a intuire qualcosa) di clienti esasperati che reclamavano i propri risparmi minacciando il ricorso alle vie di fatto. Scavando ancora nella vita lavorativa, si è appreso che il bancario era stato già denunciato per fatti analoghi avvenuti in un noto istituto di credito dove aveva lavorato fino a qualche anno prima e che, per questo, aveva risolto il rapporto di impiego.

Dopo il suicidio cosa succederà a chi è stato truffato? La morte per la legge italiana estingue ovviamente la possibilità di una punizione, per cui la partita si dovrebbe giocare soltanto in sede di risarcimento civile. Si dovrebbe, infatti il condizionale è d’obbligo dato che da più parti ci si inizia a chiedere come abbia potuto un impiegato di banca operare sui conti di terzi, pur non essendo addetto né alla cassa né alle operazioni finanziarie con la clientela, senza la connivenza o addirittura la complicità di altri impiegati della stessa banca. Il dubbio è quanto mai legittimo alla luce del fatto che anche un suo parente pare lavorasse nello stesso istituto di credito.

Tornando ai risparmiatori, alcuni hanno già ottenuto il rimborso da parte della banca dopo aver minacciato eclatanti azioni legali, mentre altri meno fortunati hanno dovuto fare ricorso agli avvocati e cercheranno in giudizio di far valere le proprie ragioni. Per la cronaca, l’attenzione al momento è rivolta pure a due fratelli trasportatori intestatari degli assegni circolari usati per svuotare i conti.

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