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Catania, la storia di Alfredo: da agente antidroga ad assuntore di cannabis (terapeutica). «Ma così sono uscito dall'inferno»

L'ex finanziere, affetto da una rara patologia di servizio, adesso riceve la marijuana medica dal servizio sanitario nazionale, ma per anni si è dovuto rivolgere agli spacciatori a cui prima dava la caccia

Laura Distefano

18 Giugno 2023, 20:51

Alfredo Ossino

Il ticchettio dell’accendino, poi la fiamma e infine la boccata. Un rito quotidiano che per Alfredo Ossino significa vita. Anzi nuova vita. «La cannabis terapeutica mi ha salvato», ripete come un mantra in 56 minuti di intervista in cui apre cuore e anima. Un uomo, un ex militare della Guardia di Finanza, che ha «contrastato la cannabis» durante la sua lunga attività operativa in giro per l’Italia e la Sicilia, che quotidianamente deve combattere con un inutile pregiudizio. La cannabis terapeutica è un farmaco che oggi, secondo un decreto regionale, è anche rimborsabile dal sistema sanitario nazionale per i pazienti affetti da alcune patologie. Tra cui quella di cui soffre Alfredo.

Ma la sfida su questa “cura scomoda” è ancora molto lunga. Ci sono da superare retaggi culturali sull’utilizzo terapeutico. Un tema, delicato e complicato, che deve essere affrontato a livello scientifico, medico ma anche sociale.

La storia di Ossino, travagliata e dolorosa, è diventato un libro (Edizioni Effetto) dal titolo «Cannabis, la vera storia di un agente antidroga». «Questo è un viaggio che vuole scardinare il pregiudizio e vuole aprire un dibattito su un tema che riguarda la salute di molte persone».

Ma allora partiamo dall’inizio. Alfredo, 59enne di origini genovesi ma catanese ormai da diversi anni, ha affrontato la malattia da giovanissimo. Un periodo che Ossino definisce «inferno». Un inferno da cui è uscito grazie alla cannabis. E purtroppo all’inizio, vista la scarsa informazione che esiste anche nella comunità medico-scientifica, ha dovuto ricorrere al mercato nero per 4 anni.

Ma quando comincia la discesa agli inferi? La prima avvisaglia è a 36 anni. Ossino già a «18 anni era alla Guardia di Finanza. A 20 anni lavoro a Napoli in un importante reparto operativo, per alcuni mesi ho prestato servizio anche al Goa di Roma. Poi nel 1996 ha vinto il concorso di sottouffuciale. Una vita piena che mi porta poi ad incarichi in Sicilia».

La diagnosi

La prima diagnosi è di «artrosi tratto cervicale», ma cinque anni dopo c’è la certificazione della Commissione Medico Militare che cambierà completamente il corso dell’esistenza di Alfredo. Un nome difficilissimo da pronunciare e scrivere - spondiloartrosi cervicale con stenosi da C3-C4 a C6-C7, a marcata incidenza funzionale con sofferenza neurogena egm documentata sia in territorio di innervazione cervicale che lombare - rappresenta la sentenza che lo porta nel 2007 ad essere congedato dal corpo della Guardia di Finanza. E la cosa più drammatica è che quella patologia era «causa di servizio».

«Dopo 18 mesi di aspettativa e di assunzione di oppiacei per la terapia conservativa sono stato congedato d’ufficio. Non risultavo idoneo al servizio e quindi è scattata la pensione privilegiata. A 43 anni io divento un pensionato e sono stato imbottito di oppiacei».

Una larva umana

Ossino si sente una larva umana. Grazie alla sorella, medico, riesce a trovare centri di riabilitazione dove poter fare fisioterapia e ginnastica posturale. Questo al fine di poter «evitare l’intervento chirurgico». Ma la situazione man mano che il tempo passa precipita. «Per sette anni e mezzo ho assunto oppiacei. Oltre al dolore lei deve considerare l’aspetto psicologico di quanto stava accadendo. Io, maresciallo capo della Guardia di Finanza, con una vita piena mi ritrovo solo». In questo percorso il tunnel della depressione è dietro l’angolo. Ossino può contare solo sulla sorella e la mamma.

A un certo punto un medico gli prescrive un farmaco ma l’ex finanziere scopre di alcuni avvertimenti della Fda sull’utilizzo di quella molecola. Avrebbe potuto portare a istinti verso il suicidio. «Io già vivevo un momento psicologico molto particolare e mi sono rifiutato di assumerlo. A quel punto l’unica via d’uscita che ho visto nella mia strada è stata quella dell’intervento chirurgico e devo dirle che il dottore Tullio Claudio Russo mi ha risolto il problema delle parestesie».

I dolori e gli spacciatori

I dolori però si sono mantenuti vivi. «Mi hanno detto che per tutta la vita avrei dovuto assumere oppiacei. Io già attraverso il web avevo letto dei benefici della cannabis per casi simili ai miei. Ho chiesto a mia sorella che però non mi ha saputo aiutare. Allora per spirito di sopravvivenza mi sono rivolto al mercato nero», racconta Ossino. Anni in cui si è dissanguato a livello economico e dove ha dovuto instaurare quasi un rapporto di schiavitù con chi vendeva la cannabis. Inoltre ha vissuto una lotta interna. Ogni volta che andava a prendere la “cura” ripensava al fatto che per anni «aveva contrastato il traffico di droga».

L'«erba medica»

Grazie al passaparola e al confronto Ossino scopre che esiste una legislazione risalente addirittura al 1997 che forse lo avrebbe potuto fare restare con la divisa. Nel 2020 è uscito poi il decreto regionale (del governo Musumeci-Razza) che ha recepito la norma nazionale e reso rimborsabile - quindi a totale carico dello Stato - la prescrizione di cannabis terapeutica per alcune fasce di pazienti. E da lì sono state avviate le convenzioni con le Aziende Sanitarie provinciali. Ossino però nel 2021 si è dovuto rivolgere all’Asp di Messina e precisamente al reparto di Terapia del dolore dell’Ospedale di Taormina diretto da Giuseppe Bova. «La mia prescrizione è di 3 grammi. Io costo allo Stato 1000 euro al mese. E questo perché importiamo la cannabis dall’Olanda. Ma perché non coltivare la cannabis farmaceutica in Italia, si darebbero anche possibilità lavorative».

Lo stigma

Ossino, nonostante sia riuscito a entrare nella piena legalità e con una certificazione medica, vive con uno stigma. Dovuto purtroppo all’ignoranza («anche tra i medici di medicina generale») e alla poca conoscenza. «Io agli occhi della società vengo additato come se fossi un drogato. Io sono stato prossimo alla morte e mi ha salvato la cannabis e adesso mi devo nascondere dalla cannabis. Io dopo 9 anni di assunzione non ho avuto effetti collaterali», dice. E poi si interroga: «Quante persone si potrebbero salvare con un’informazione giusta, mirata e onesta?».