Nella scia di sangue della Uno bianca anche i depistaggi e i legami con Catania
Le rivendicazioni firmate dalla Falange Armata e la figura del brigadiere Macauda puntano dritte alle cime dell’Etna
Un filo rosso lega Bologna a Catania. E la nuova inchiesta aperta dal procuratore Giuseppe Amato e dall’aggiunto Lucia Russo sulla banda della Uno Bianca potrebbe portare i radar alle falde dell’Etna. Gli aghi della bussola che conduce dalla torre degli Asinelli all’Elefante sono la “Falange Armata” e il brigadiere Domenico Macauda. Il nuovo capitolo sul braccio criminale che ha seminato sangue e terrore tra il 1987 e il 1994 (103 azioni criminali, 91 rapine, 11 attacchi, 82 colpi, 24 morti e 102 feriti) tra le Marche e l’Emilia Romagna sta per essere scritto grazie all’esposto di alcuni familiari che non credono, anzi non hanno mai creduto, che dietro questa lunga scia di morte ci siano solo i fratelli Roberto, Alberto e Fabio Savi. L’ex assistente capo in servizio alla Questura di Bologna disse che dietro la «Uno Bianca», c’era solo la «targa». Ma nello sfondo invece ci potrebbe esserci la strategia della tensione che incatenò l’Italia con bombe e stragi. La Digos e i Ros dovranno capire se ci sono complici, complici anche di livello (deviato) che avevano accesso alle forze militari anche di Cosa nostra.
Una prima strada la fornisce il primo pm che indagò sulla banda. Per il magistrato Giovanni Spinosa - intervistato da Il Resto del Carlino - «i poliziotti killer sarebbero stati una sorta di ‘pedine’ mosse in uno scacchiere di destabilizzazione nazionale da una mano fantasma. Che un nome, però, ce l’ha. La Falange armata». Diversi pentiti hanno rivelato in più processi che quella era la sigla che doveva servire per rivendicare le azioni terroristiche di attacco allo Stato condotte da Cosa Nostra.
Per Spinosa i Savi hanno più volte mentito. Anche riguardo al periodo delle rapine alla Coop. Ed ecco che qui spunta Catania. Roberto Savi aveva rapporti diretti con rapinatori catanesi. Lui stesso racconta che nel 1994 che si sarebbe recato a Catania per operare un depistaggio contro la Banda delle Coop. Per qualcuno però quelle affermazioni sarebbero state un’abile mossa ordita a suo favore. Spinosa però insiste: «Tra gennaio ed agosto del 1991 la banda della Uno Bianca effettuò i colpì più eclatanti, ognuno dei quali venne scandito dalle telefonate alle agenzie stampa della Falange Armata, la sigla che ha rivendicato circa 400 episodi di cronaca criminale e mafiosa tra la primavera del 1990 ed il marzo del 1994. Ben 221 delle 500 comunicazioni attribuite alla Falange Armata riguardarono episodi o vicende legate alla Uno Bianca». La Falange Armata, caso vuole, ha rivendicato anche due casi tutti catanesi: l’attentato alla villa di Santa Tecla, frazione di Acireale, di Pippo Baudo (1991) e il duplice omicidio di Francesco Vecchio e Alessandro Rovetta, dirigenti delle Acciaierie Megara (1990). E strana coincidenza nella rivendicazione sulla bomba della casa del presentatore si fa riferimento al duplice eccidio dei manager. Che vuol dire? Il figlio del defunto boss santapaoliano Sebastiano Scuto (coinvolto nell’attentato a Baudo) è diventato un collaboratore di giustizia. Certo all’epoca era un ragazzino, ma forse qualcosa può averla sentita. Udita. Compresa.
Nell’esposto dei familiari delle vittime si chiede di rivedere quale sia stato il vero ruolo del brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda, di origini siciliane, e l’omicidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, assassinati il 20 aprile 1988 a Castel Maggiore. Il militare infedele tentò, anche se maldestramente, di proiettare le indagini in un contesto criminale di raffinazione di eroina che puntava a coinvolgere addirittura il capo dei capi di Catania, Nitto Santapaola. Membro della cupola palermitana e diventato padrino della Sicilia orientale per volontà di Totò Riina. Macauda fu condannato per calunnia, ma per i familiari delle vittime sarebbe un «complice diretto e non un semplice depistatore». Ma perché in tutte le opere di depistaggio - sia di Savi che di Macauda - si guarda all’Etna? Un enigma da risolvere.
Ma forse bisognerebbe cambiare le coordinate alla bussola e puntare verso Milano. Dove c’era una sorta di succursale della mafia catanese, con i Cursoti di Jimmy Miano. All’autoparco di via Salomone si riunivano i boss del consorzio delle mafie.
Le carte nelle mani dei pm di Firenze, forse, dovrebbero essere condivise con il nuovo faldone della Uno Bianca.