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Catania

Vulcano e tv, ecco come funzionava il sistema-Russo per «avere il monopolio»

Di Mario Barresi

CATANIA - Chi è Francesco Russo Morosoli? Per i pm di Catania, «in virtù della disponibilità di mezzi finanziari ed economici e di relazioni consolidate con soggetti pubblici», è il promotore di un’associazione a delinquere finalizzata a «mantenere e consolidare il monopolio delle aziende del gruppo» sull’Etna, «impartendo direttive agli altri partecipi, definendone i compiti, mantenendo i rapporti con esponenti del mondo politico e istituzionale, utilizzando l’emittente Ultima Tv per denigrare potenziali concorrenti ed in generale curando e programmando in prima persona la realizzazione delle condotte delittuose».

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Per migliaia di persone, a Catania e sotto il Vulcano, è più semplicemente «il figlio di Giò-Giò». Gioacchino Russo, stimato imprenditore che, partendo dal fiorente business dei servizi sull’Etna costruì un gruppo importante, fra concessionarie d’auto e assicurazioni, con interessi in tutta la Sicilia orientale, prima di morire in un incidente d’auto nel maggio 2013.
Un impero ereditato dal figlio Francesco, da ieri agli arresti domiciliari (assieme a due dipendenti del gruppo, Salvatore Di Franco e Simone Agatino Lo Grasso) a conclusione di un’indagine su «una serie di reati perpetrati» per «garantire il monopolio nel settore del trasporto/guida/turismo sciistico dell’Etna, interferendo sui periodici bandi di gara e acquisendo notizie riservate su operatori concorrenti». L’inchiesta parte dalle denunce di alcuni imprenditori rivali, ma si estende ad altri ambiti. E, annota il gip, «veniva però chiusa anticipatamente perché gli indagati venivano a conoscenza delle indagini in corso». Oltre al rischio reiterazione del reato il gip sottolinea infatti anche il «pericolo di inquinamento delle prove» rilevando che gli indagati «risultavano a conoscenza da tempo delle indagini del presente procedimento grazie alle capillari infiltrazioni all’interno degli uffici giudiziari». Per il gip è «allarmante un accesso abusivo al sistema informatico della Procura» di Catania per «captare aggiornamenti sul fascicolo e sugli indagati».

Il cuore è l’Etna. Dove il monopolio dei Russo, certifica il gip, «durava da oltre 40 anni», grazie alla «compiacenza delle amministrazioni locali». Solo nel 2016 l’Antitrust «con reiterate delibere di ammonimento» costringe i Comuni di Linguaglossa, Castiglione e Nicolosi a «cambiare sistema». Russo la prende bene: «Contrariamente a quanto pensava papà - dice intercettato il 13 luglio scorso - che se perdevamo il monopolio la funivia non avrebbe fatto utili o tutte queste belle cose... io ho una visione diversa». Ovvero che «mi hanno risolto duecentomila problemi». Col risultato che «Vasta (Francesco, corrispondente de La Sicilia, autore di più articoli sul tema, e per questo più volte “contestato”, ndr) non sta scrivendo più e non può scrivere più che c’è il monopolio sull’Etna».

Eppure l’attività di Russo, secondo i giudici, è orientata a mantenere ben strette le mani sul Vulcano. Basta citare qualche episodio narrato nelle carte dell’inchiesta. Come «l’attività di dossieraggio», annotata dal gip, che l’imprenditore - quasi da epigono etneo del ben più noto Antonello Montante - organizza contro Cettino Bellia, ex sindaco di Castiglione ed ex presidente del Parco dell’Etna, «per screditare lui, l’attività escursionistica della Etna Mobilty e ostacolare la sua partecipazione al project financing, rendendo pubbliche tramite l’emittente Ultima Tv (riconducibile al Russo Morosoli) le vicende giudiziarie del Bellia risalenti agli anni ’90». Il fedelissimo Di Franco, il 26 aprile scorso, gli anticipa il contenuto di un servizio («una registrazione bellissima, praticamente è un’ora e un quarto...») e l’editore lo commenta: «Eh... ma praticamente... (risata)... all’inizio dice che... praticamente a Cettino, ci sono andati quando si è sposato, i carabinieri (...) e l’hanno arrestato là e gli hanno detto alla moglie: “Lei parte per il viaggio di nozze, suo marito viene con noi in Piazza Lanza”». Poi s’informa sulle pulizie di Etna Nord affidate ai rivali e gli propone: «Ma perché non intervistiamo, tipo, la “signora Francesca”, che è arrabbiatissima... eh... facciamo un un pezzo sul Tg... spariamo quattro minchiate...».

Russo prova a controllare tutto e tutti. Vanta rapporti con l’Opus Dei (fa piazzare una croce sul sentiero del Vulcano), ma si lamenta della richiesta di contributo: «Minchia, ma vedi che faccia tosta che hanno». E lui, il capo del gruppo, si occupa dei rapporti istituzionali. Come quello con Stefania Russotti (indagata), consigliere comunale d’opposizione a Castiglione. «Abbiamo fatto un tête-à-tête Russo-Russotti», racconta a Di Franco. La donna, che nell’incontro si autodefinisce vicina al deputato regionale Giuseppe Zitelli (DiventeràBellissima), trova un doppio accordo. «Sputtaneremo Cettino Bellia, le ho detto. E lei: “Sì, sì bellissimo”», racconta a un dipendente Russo. Che le promette dei posti di lavoro per il suo gruppo. Politica ed editoria s’incrociano anche nelle dichiarazioni di una giornalista di “Ultima Tv”, che racconta ai pm che «il Russo Morosoli aveva chiesto di scrivere articoli contro Borzì sindaco di Nicolosi (alcuni venivano redatti personalmente dal Lo Grasso, poi arrestato), di seguire le iniziative del nuovo sindaco Pulvirenti e che aveva sostenuto alle ultime elezioni il candidato Nicola D’Agostino». Per il gip l’uso che Russo fa della tv è «spregiudicato».

Un lungo capitolo dell’ordinanza riguarda l’estorsione contestata all’imprenditore nei confronti di alcuni giornalisti di “Ultima Tv”, costretti a «sottoscrivere un contratto» con la “Quanta”, agenzia interinale di Milano, «per eludere l’obbligo della conversione del contratto a tempo indeterminato». Il gip cita una frase-simbolo, tratta dal file audio registrato nel corso di un incontro, in cui Russo Morosoli avverte i giornalisti: «Qua dentro contratto a tempo determinato tra di voi non ne avrà nessuno, così sgombriamo il campo. Ho gente sull’Etna da trent’anni a tempo indeterminato, chi si comporta bene e merita di restare in questo gruppo, resta! Chi non se lo merita va a casa».


Francesco Russo Morosoli

Questo filone d’indagine era già aperto dopo un esposto anonimo, ma prende forma grazie a un’intercettazione del 27 febbraio scorso in cui il factotum Di Franco parla con la giornalista Chiara Murabito che si sfoga e gli racconta come l’editore s’era comportato in una riunione con i dipendenti: «Mi ha chiamato per leggere la chat a voce alta, licenziare sotto i nostri occhi», ma anche per «fare i complimenti a Luigi D’Angelo per il buon lavoro che fa e perché è un direttore... bravo e completo, quindi già riconfermato». Insomma, per Russo, dice la giornalista, «il motivo per cui abbiamo fatto tutto questo ambaradan non era per mettere in discussione il lavoro di Luigi, ma perché volevamo il contratto a tempo indeterminato».

Sentita il 16 maggio dagli inquirenti, Murabito racconta che «l’ex direttore responsabile Teghini era stato sostituito in modo plateale e sgradevole dal Russo Morosoli con D’Angelo Luigi, noto per la sua incapacità ma sudditanza all’editore». E conferma, soprattutto, le pressioni subite - in un contesto di veleni e traditori - per firmare il contratto interinale. Lo stesso giorno viene sentita un’altra giornalista: Giorgia Mosca. Che, oltre a confermare la versione della collega sulle pressioni per i contratti-capestro, deposita i file audio di due incontri con l’editore. Nel primo, del 31 dicembre 2017, Russo apostrofa i giornalisti come «coglioni» e «raccoglitori di patate». E poi: «Vi ho preso dalla strada e vi ho dato uno stipendio, la verità è che non avete un cazzo da fare». Dopo una breve sospensione il verdetto dell’editore: «Chi ci sta bene, chi non ci sta lì è la porta, ci sto tre nanosecondi a sostituirvi».

Firmano tutti, per un altro mese. Ma è una breve tregua. Dopo la «caccia all’uomo» per stanare i ribelli della chat, il secondo incontro (registrato) è il 27 febbraio 2018, alla vigilia della scadenza del contratto. Tutti licenziati, raccontano le giornaliste, tranne «i tre rimasti a lui fedeli».

Un altro capo d’imputazione, per il quale il gip ritiene che Per Russo ci siano gravi indizi di colpevolezza, è aver sottratto, con assegni circolari, la somma di 690mila euro dai conti correnti del gruppo «al fine di sottrarle alla riscossione coattiva dell’Erario». Il 7 maggio 2018 il contabile dell’azienda comunica a Di Franco la notifica di un pignoramento di Riscossione Sicilia per una cartella esattoriale di 500mila euro. E la susseguente “soluzione”: «Gli ho detto Francesco (Russo Morosoli, ndr), è stata una fortuna, che oggi l’ho visto due minuti, è stata una fortuna che abbiamo fatto qualche assegno circolare... perché se questi trovavano e andavano in banca e ci “lazzariavano”».

Twitter: @MarioBarresi

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