Un Santapaola ucciso per ordine di un altro Santapaola: Angelo e il delitto voluto da Enzo, il figlio di Nitto
Nelle motivazioni della sentenza del processo d'appello Thor ricostruite le fasi del delitto
Un Santapaola ordinò l’omicidio di un Santapaola. C’è una sentenza che lo sancisce. È quella del processo di secondo grado dell’inchiesta Thor emessa dalla Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Stefania Scarlata. Il collegio ha condannato, con accordo delle parti, a 30 anni Enzo Santapaola, primogenito del padrino Benedetto, per il duplice delitto del cugino Angelo Santapaola e del guardaspalle Nicola Sedici, avvenuto in un macello nel Calatino il 24 settembre 2007. Il figlio di Nitto ha avuto dunque il ruolo di mandante. Così come hanno più volte dichiarato i collaboratori di giustizia, primo fra tutti l’ex reggente Santo La Causa e poi l’uomo d’onore Francesco Squillaci. Furono le sue dichiarazioni a far aprire il secondo capitolo d’indagine del Ros sul caso di lupara bianca.
Cosa ha detto la Corte
«La Corte ritiene che l'accordo possa essere accolto nei termini indicati dalle parti, siccome fondato su una corretta valutazione dei fatti e della complessiva portata offensiva della condotta criminosa», scrivono i giudici nel motivare l’accoglimento del concordato.
«Tutte le dichiarazioni dei collaboratori escussi nei due diversi procedimenti penali sono assolutamente convergenti nel delineare il contributo di Filloramo nella fase preliminare all'esecuzione del delitto: non vi è, pertanto, alcun dubbio in merito alla circostanza che ad accompagnare Angelo Santapaola e Nicola Sedici nel luogo dove si sarebbe dovuto consumare il delitto sia stato l’imputato, su ordine di Vincenzo Santapaola», scrive la Corte.
I giudici entrano nel merito
I giudici entrano nel merito: «La Causa riferisce altresì che Filloramo fornì ausilio nella fase preparatoria del delitto fornendo informazioni in merito alle abitudini e ai luoghi frequentati da Angelo Santapaola».
Nei motivi d’appello la difesa evidenziava «un presunto contrasto tra le dichiarazioni di La Causa e quelle del collaboratore Gaspare Pulizzi», che è stato sentito nel procedimento a carico di Enzo Aiello (condannato all’ergastolo). I legali ritengono quelle rivelazioni «avrebbe smentito l'organizzazione di un incontro con i palermitani il giorno dell'omicidio». Per la Corte non è così: «Va osservato che l'affiliato a Cosa nostra e uno degli uomini più vicini a Salvatore e Sandro Lo Piccolo ha riferito di più incontri avvenuti negli anni successivi al 2006 tra Lo Piccolo e Angelo Santapaola, l'ultimo dei quali risalente al 5 settembre 2007 al quale era presente anche Nicola Sedici». Per i giudici di secondo grado anzi c’è un rafforzamento sul movente: «Le dichiarazioni di Pulizzi forniscono in realtà un fondamentale riscontro a quello che è stato individuato come uno dei moventi dell'omicidio di Santapaola e cioè il rapporto da questi instaurato con Salvatore Lo Piccolo, che lo aveva scelto quale interlocutore privilegiato di Cosa nostra nel territorio catanese. Pulizzi riferisce che Lo Piccolo era consapevole dello scontro interno al clan, infatti quando seppe dell'omicidio lo imputò a tale lotta interna».
Il summit c'è stato
Il collegio smonta anche «la tesi alternativa di un summit mai organizzato» portata dalla difesa di Filloramo. Questa ipotesi «potrebbe solo indurre a pensare - argomenta la Corte - che la simulazione fosse preordinata a creare il pretesto dell'omicidio, quindi, rende ancor più evidente, per quanti avessero ordito tale stratagemma, la premeditazione del reato». La conclusione è netta: «Il contributo di Filloramo è consistito nell'aver accompagnato le vittime laddove sarebbero state poi uccise».