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Catania

Orazio Pino al cronista catanese: «Metto in conto di essere ucciso»

Di Redazione

Catania - Orazio Pino aveva rilasciato non molto tempo fa una lunga intervista telefonica al collega Giuseppe Vecchio, il quale era pronto a tramutarla in libro. Riportiamo due stralci delle sue dichiarazioni: «La possibilità di essere ucciso l’ho messa in conto. Ho sempre convissuto con un rischio concreto: quando vivevo da mafioso e ora che sono collaboratore di Giustizia; è probabile che qualcuno abbia già deciso di uccidermi e aspetta di trovarmi e il momento più adatto. Ma mi sono sempre chiesto se l’eventuale esecuzione di questa condanna a morte segnerà solo la mia fine o sarà, invece, anche e soprattutto, la mia liberazione totale. Una cosa è certa: se e quando mi capiterà di trovarmi davanti al killer che sta per ammazzarmi, credo proprio che non reagirò. Penso di essere preparato e anche di meritare, per quello che ho fatto, una morte violenta. Di sangue, per di più innocente, ne ho versato fin troppo. Per il resto, il mio domani cerco di viverlo giorno dopo giorno. Sono nelle mani di Dio; lo ringrazio per avermi liberato da me stesso mafioso assassino e lo prego ogni giorno».

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E ancora: «Io con la Giustizia ho collaborato per un tornaconto preciso, e questo l’ho confessato e spiegato, abbastanza chiaramente, in ogni sede. Il pentimento vero e proprio, invece, è un fatto personale fra me e Dio, ed è avvenuto dopo diversi anni di carcerazione da collaboratore, durante i quali ho avuto tanto tempo e modo per meditare sui miei crimini e ripudiarli in toto. Ora so che prendere coscienza del male fatto è atroce. E’ un peso tremendo! S’incomincia a subire traumi dal primo momento che s’inizia a fare il collaboratore. Ciò succede, in special modo, a chi come me credeva nell’omertà come ora crede nel Vangelo; poi altri traumi si abbattono su di me quando ripesco nei miei ricordi le mostruosità compiute, quando penso di avere condannato i miei familiari senza alcuna prospettiva, strappati dai propri affetti, vista (...) la vita da collaboratore di Giustizia».

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