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Romano Prodi a Caltagirone: «Trump disprezza l’Europa, don Sturzo si rivolta nella tomba»

«Basta con la paralisi dell’unanimità: ora l’Ue deve decidere di decidere Il 5% del Pil non significa avere una difesa comune»

06 Luglio 2025, 10:07

Prodi Caltagirone

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Professor Prodi, lei è da poco tornato da un ciclo di lezioni in Cina. Com’è, visto da lì, il Vecchio Continente? La Via della Seta è rimasta una cartolina sbiadita?

«Dalla Cina l’Europa viene vista con una certa incertezza. Non dico con sospetto, ma con la necessità di capire cosa sta succedendo, cosa vogliamo fare. Mi ricordo che, quando stavamo arrivando alla moneta unica, l’allora primo ministro cinese ci osservava con un misto fra il curioso e l’affascinato: per loro veder nascere l’euro, un’altra moneta di riferimento oltre al dollaro, era un elemento di novità. La Via della Seta? Era una suggestione emozionante, nel nome di Marco Polo. Ma è diventato uno strumento unilaterale per i cinesi che nel frattempo sono andati altrove. Non più in Europa. Siamo rimasti amici, però. Amici, non parenti stretti. E ci si frequenta un po’ meno».

In una recente intervista ha detto che «l’Ue deve ricominciare a decidere per dare speranza all’Europa». Ma non ritiene che gli ultimi stress test, dai dazi alle guerre, siano la dimostrazione di un’Unione profondamente fragile?

«L’Europa unita ha fatto un percorso meraviglioso, ha ottenuto traguardi quasi impensabili ai tempi dei padri dell’Ue. Ma adesso siamo fermi, siamo bloccati dall’assurda regola dell’unanimità. Basta il veto di uno dei 27 Paesi e si paralizza tutto. E non parlo di politica estera, parlo soprattutto di economia, di diritti, di futuro dei nostri giovani. Bisognerebbe far scegliere gli europei: chiamarli al voto per decidere se l’Ue è ancora in grado di decidere. Ci vuole più coraggio».

Quanto incide in questo scenario il “fattore T”? Lei ha parlato di «un equilibrio di autoritarismi», ma Trump è diventato un modello.

«Questo equilibrio è fondato sul fatto che Putin ha libertà d’azione sull’Ucraina, la stessa che ha Trump, con Israele, sul Medio Oriente. Certo, è un equilibrio che, se vogliamo, dà una certa stabilità all’assetto mondiale. Ma quanto potrà durare? E Trump non è un modello, almeno per chi ha dell’America, che oggi purtroppo ha cambiato la sua anima, l’idea di un Paese che ha guidato il percorso della democrazia. In questo nuovo scenario, Trump, che ha molti ammiratori in Europa, può permettersi di snobbare, se non di disprezzare, l’Ue che definisce “sfruttatrice”, se non addirittura “truffatrice” degli Stati Uniti».

A livello comunitario c’è dibattito sulla difesa comune. Le armi e gli eserciti potrebbero diventare un “collante” europeo come lo furono il carbone e l’acciaio nella Ceca del 1951?

«Quella del carbone e dell’acciaio era una comunità. Quindi una scelta degli Stati che decidono di mettersi assieme. La difesa comune, per come è stata concepita, è un’altra cosa. È vero che le spesa negli ultimi anni era un po’ calata, ma aumentarla con il vincolo del 5 per cento del Pil non significa mica avere una difesa comune, né aumentare la capacità o la spesa militare dell’Ue. Significa, più banalmente, che ogni Paese è obbligato singolarmente a investire di più. Magari comprando tecnologie dagli Usa…».

E Putin che ruolo gioca nello scacchiere dell’Ue? Si proclama un «nemico» dell’Europa, che però gli ha concesso degli spazi che lui s’è preso.

«Putin è un nemico dell’Europa. L’ha ammesso più volte lui stesso. Per lui l’Ue è un problema, un fastidio. Diversi anni fa nella Commissione si discuteva non del “se”, ma del “quando” la Russia dovesse entrare nell’Unione. Adesso è tutto cambiato. La Russia gioca una sua partita con le altre potenze del mondo. Il dialogo è fra Putin, Xi e Trump. L’Europa, nella sua incertezza, viene considerata tutt’al più una mediatrice nei momenti di crisi di questo equilibrio consolidato».

I politici usano spesso una frase fatta: la Sicilia al centro del Mediterraneo. Il che è rimasto da sempre poco più di uno slogan elettorale. Ma oggi, nello scenario di un’Europa meno autorevole, non c’è il rischio che l’Isola, e l’Italia tutta, siano un puntino ancor più microscopico visto dal Sud del mondo?

«Il Mediterraneo è un problema: era meglio al tempo degli ottomani che adesso. Ma in un mondo rivolto meno al Nord e sempre più al Sud, dev’essere un’opportunità. Serve una rivoluzione. Facciamo una rete di 30 università paritarie, con mezzo milione di studenti: da Atene al Cairo, passando per Catania. Nel Mezzogiorno bisogna creare dei punti di eccellenza che attraggano i giovani oppure è difficile, sopratutto nelle aree interne, dare un messaggio di futuro».

È a Caltagirone, la patria di Sturzo. Non ritiene che, all’epoca degli autoritarismi e soprattutto dei nazionalismi, torni di prepotente attualità la dottrina del prete democristiano?

«Sturzo oggi, davanti a Trump, sarebbe inorridito. Lui, che conosceva bene gli Stati Uniti dov’è vissuto per tanti anni anche da esule, oggi sarebbe inorridito dal trumpismo. Sturzo, ispiratore di municipalismo e popolarismo, si starà rivoltando nella tomba».