«La mia è una condanna politica, mi finirà come Peppino Impastato»
È un fiume in piena Riccardo Pellegrino finito al centro del dibattito politico in seguito alle sue recenti dichiarazioni sull’emergenza sicurezza a Catania
«La mia è una condanna più politica che giudiziaria. Ho sempre rinnegato la mafia e con i miei fratelli non ho più rapporti da quando loro sono in carcere. Mi finirà come Peppino Impastato». È un fiume in piena Riccardo Pellegrino finito al centro del dibattito politico in seguito alle sue recenti dichiarazioni sull’emergenza sicurezza in città. Il vicepresidente vicario del Consiglio comunale fa il punto con La Sicilia.
Dire che Meloni ha fatto passerella non le sembra un po’ troppo? «Ritengo che le mie dichiarazioni siano state lette in maniera strumentale. Non l’ho attaccata personalmente, ma sappiamo tutti che nei giorni della festa di Sant’Agata Catania indossa il cosiddetto abito delle grandi occasioni. Il presidente del Consiglio non andava invitato il 3 febbraio, ma in tutte quelle altre giornate in cui la città si mostra in tutte le sue debolezze. Vengano lei e Piantedosi».
Trantino sostiene che lei avrebbe almeno tre ragioni per dimettersi. «Non ha mai digerito la mia candidatura. Persona intelligente, perbene e che stimo dal punto di vista personale, da buon padre di famiglia determinate cose non dovrebbe neanche dirle. Perché essendo un grandissimo giurista sa bene che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».
Ritiene ci siano pregiudizi nei suoi confronti? «Sì. Che non derivano dal mio nome. Faccio politica territoriale e sono a stretto contatto con la gente. E questo evidentemente impaurisce. Il sindaco, anziché chiedere le mie dimissioni, dovrebbe stare zitto. Se vede delle ombre sulla mia persona dovrebbe essere lui a dimettersi perché il 75% dei consensi li ha ottenuti dai quartieri popolari. E quindi se nei quartieri popolari la gente è delinquente, lui è stato eletto con i consensi del malaffare».
La sua è stata un’iniziativa personale o il suo partito sapeva? «I miei referenti di partito (Forza Italia, ndr) non sapevano alcunché. È stata una scelta personale basata sul fatto che l’emergenza sicurezza c’è. Lo dico ad alta voce, perché polvere sotto i tappeti non ne ho: in più occasioni mi sono ritrovato ad assistere a gente in strada che cercava di nascondere gli involucri di droga all’interno della mia auto. E ho avuto paura…».
Paura di un territorio che vive quotidianamente? «Ho fatto delle denunce e ci sono in corso delle indagini. Il sindaco è stato informato anche di questo. A Natale scorso, per la chiusura al traffico di piazza Innocenzo Bonomo, nel quartiere San Cristoforo, sono stato contattato e violentemente minacciato e ho trovato la segnaletica stradale installata perforata da colpi d’arma da fuoco. Trantino non è stato solidale nei miei confronti. Io so che mi finirà come Peppino Impastato: tutti quanti conosciamo la sua storia. Ma lui ha avuto la capacità di prendere le distanze così come sto facendo io che continuo la mia attività politica all’insegna della legalità e della trasparenza. Senza scendere mai a compromessi. Con nessuno».
Lei ha due fratelli in carcere: uno per mafia, l’altro per droga. «Sono il più piccolo di cinque figli. Mio padre è un grande lavoratore, mia madre, umile e semplice casalinga, ci ha saputi educare. Poi ognuno ha percorso strade diverse. Io ho fatto una scelta di legalità rinnegando ogni tipo di mafia, sia quella dei colletti bianchi sia quella criminale. E faccio il consigliere comunale senza chiedere nulla, perché la politica per me è una vocazione».
Quando dice che rinnega la mafia, rinnega anche i suoi fratelli? «Con i miei fratelli non ho mai più avuto rapporti. Non li ho mai incontrati da quando sono in carcere, non ho mai fatto un colloquio negli istituti penitenziari dove sono detenuti. E questo non lo dico io, ma lo dicono le carte. Mio fratello ha avuto una condanna definitiva. Non lo rinnego, perché i familiari non si rinnegano, ma da lui ho preso le distanze. Così come ho fatto con l’altro fratello. I rapporti con loro potrò tornare ad averli nel momento in cui pagheranno per i reati commessi e salderanno il loro conto con la giustizia. E solo se decideranno di cambiare vita».
Suo nipote qualche giorno fa è stato coinvolto e arrestato per gli spari in aria di via Ustica. «Non conosco personalmente la vicenda di mio nipote, perché ero all’estero, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Ma cosa posso farci? Nulla. È un episodio gravissimo che condanno anche perché coinvolge dei giovani. Con lui ho rapporti normali, il resto dei miei nipoti lavora con me».
Nel 2015 il suo nome viene segnalato alla Commissione Antimafia guidata da Nello Musumeci. «Su di me non c’era e non c’è niente da trovare. Sono molto amico di Gaetano Galvagno e dopo tutto quello che è accaduto all’Ars ho apprezzato il fatto che Musumeci abbia detto che in Italia esiste la presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio. Ho sempre avuto piena fiducia nell’operato della magistratura: avevo cinque capi di imputazione e per due sono stato assolto. Adesso c’è l’Appello e mi auguro di chiarire ancora una volta quello che è stato l’aspetto di corruzione elettorale. E sono stato archiviato sei volte per concorso esterno in associazione mafiosa. Tutto ciò qualcosa vorrà dire. Ho sempre condannato la mafia e l’antimafia di facciata. E condanno qualsiasi atto di micro criminalità e criminalità organizzata di amici, conoscenti e parenti».
Ha amici mafiosi? «Nessuno. Non frequento né ambienti criminali, né mai sono stato fermato con gente pregiudicata. Le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. In questo caso quelle dei miei fratelli non possono ricadere su di me. Ho la coscienza pulita e non ho scheletri nell’armadio. Sono amareggiato. Se avessi commesso un reato, sarebbe stato giusto pagare. Ma non è così. La mia è una condanna più politica che giudiziaria».