Ponte sullo Stretto, l'endorsement di Enzo Bianco che scuote il Pd: «E' un'opera utile, ritroviamo il riformismo»
«Schlein rispetti tutte le anime dem o ci sarà battaglia ben più dura. Fino a lasciare il partito? Prego di no. Il flop di Barbagallo»
«È il primo ricordo che ho di me bambino: a tre anni feci un viaggio con la mia famiglia, da Catania a Torino a bordo del Treno del Sole. Impiegammo circa 23 ore. Oggi il tragitto si fa pressoché nello stesso tempo. E in più adesso per l’attraversamento dello Stretto devi pure scendere dal vagone».
L’aneddoto autobiografico di Enzo Bianco serve per dire che il trasporto ferroviario è rimasto fermo a settant’anni fa o che la Sicilia ha bisogno del Ponte?
«Il Ponte sullo Stretto è un’opera utile a condizione che si realizzi, come si sta in gran parte facendo, non dico l’alta velocità, ma la velocizzazione della linea da Salerno a Reggio Calabria e della tratta ferroviaria Palermo-Catania-Messina. Questa, ci tengo a dirlo, è la mia posizione da decenni. E sono orgoglioso di aver fatto parte, da ministro, del governo Amato 2, che, fra la seconda metà del 2000 e l’inizio del 2001, assunse ufficialmente per la prima volta la decisione di fare il Ponte. Era un governo di centrosinistra e lo fece su iniziativa del compianto Nerio Nesi, ex partigiano e politico di tradizione socialista, che in quel governo era ministro del Pdci, ossia il Partito dei comunisti italiani».
Sta dicendo che anche i post comunisti, un quarto di secolo fa, erano favorevoli al Ponte?
«Sto dicendo che un governo di centrosinistra fece una scelta precisa, dopo una valutazione attenta e rigorosa. Nesi ci portò ben tre valutazioni, affidate a primarie società internazionali. Una, sulla fattibilità tecnica, certificò che il Ponte sarebbe rimasto in piedi anche dopo un evento come il terremoto di Messina del 1908. Un’altra, sull’impatto ambientale, stimò che durante il cantiere ci sarebbero stati più disagi che benefici, ma che subito dopo l’entrata in funzione del Ponte l’impatto sarebbe stato enormemente positivo, con la mobilità dolce al posto dei traghetti. E poi l’ultima valutazione, sulla redditività dell’investimento. L’opera sullo Stretto non si giustifica per l’ambiente o per la comodità dell’attraversamento in auto, che, tranne 4-5 giorni l’anno, col traghetto si fa un’ora. Il Ponte ha un senso con la velocizzazione del trasporto ferroviario: se tu puoi arrivare da Catania a Roma in quattro ore e mezza, senza essere costretto a pagare 300 euro per un biglietto aereo. E fu quello il senso della posizione del secondo governo Amato: sì al Ponte, a condizione che si velocizzino le ferrovie».
Dopo un quarto di secolo quegli studi sono ancora attendibili?
«Lo sono ancora di più. Perché il Mediterraneo è diventato un mare tropicale e sempre più inquinato, ma anche perché il trasporto ferroviario ha fatto passi da gigante anche in alcune realtà del Sud e infine perché con il nuovo scenario geopolitico internazionale è ancora più strategica un’opera che renderebbe i porti di Catania, Augusta e Siracusa le porte dell’Europa per i traffici provenienti da Oriente e Nord Africa».
Glielo spieghi al suo partito: il Pd, dopo l’ampia apertura di Renzi, è chiaramente diventato No Ponte.
«La posizione che assunse Renzi è la stessa che hanno anche oggi diverse personalità rimaste nel Pd. Per questo faccio un appello a Elly Schlein e a tutto il mio partito: si assuma una posizione non pregiudiziale, ma razionale e riformatrice com'è nella nostra tradizione. La stessa posizione che ebbero un governo di centrosinistra e un ministro che non era certo di destra. E che tanti nel Pd hanno anche oggi».
Condivide il giudizio di Delrio, che, elogiando la capacità di Meloni di «entrare in sintonia con mondi diversi dai suoi», ha accusato il Pd di Schlein di avere «lo sguardo fisso solo a sinistra»?
«Come lei probabilmente saprà, io sono uno dei quattro fondatori del Partito democratico. Con me c’erano Rutelli per La Margherita, Fassino e Veltroni per i Ds. Nel dna del Pd c’è un profilo riformatore che oggi vedo attenuato, se non addirittura smarrito. Il nostro Pd è nato accogliendo, oltre che la sinistra, anche numerosi esponenti del cattolicesimo democratico, come lo stesso Delrio che condivido in pieno, delle tradizioni socialista, liberaldemocratica, repubblicana, ambientalista. Oggi, nel Pd, questo patrimonio di idee e di valori è stato fortemente contratto e limitato. Ha visto che succede alle Feste dell’Unità? Non ci invitano, non ci fanno esprimere le nostre idee. Ma come fai a non far parlare uno come Fassino?».
È la dura legge della democrazia. Schlein ha vinto il congresso e porta avanti la sua linea.
«Elly Schlein, che ho molto apprezzato da parlamentare europea fino al punto da presentarle un libro a Catania, ha vinto con le primarie aperte dopo che i nostri tesserati avevano scelto Bonaccini. E sappiamo che in quel voto aperto ci furono dei segnali, anche in Sicilia e a Catania, non particolarmente gradevoli».
Sta dicendo che Schlein ha vinto con primarie truccate?
«Sto dicendo che Elly Schlein deve rispettare chi, nel partito, viene dalle culture e dalle tradizioni più varie. La segretaria deve cambiare marcia, aprire il partito a tutte le sue anime, senza confidare sempre nell’eccesso di tolleranza che ha fin qui mostrato chi è rimasto ai margini. Altrimenti saremo costretti, in moltissimi, quelli che non condividono questa chiusura, a spingere la nostra azione di contrasto con maggiore determinazione».
Determinati fino all'ipotesi di un'uscita dal partito?
«Prego e spero che non che non si sia costretti a far questo, perché il Pd abbiamo fatto una grande fatica per costruirlo e io lo difendo con tutte le mie forze. Ma naturalmente il Pd deve avere una coerenza con la sua ragione di esistere. Sono convinto che questa posizione non è minoritaria e condivisa da molte persone, anche quelle che non si esprimono».
In Sicilia questa minoranza, ben più rumorosa, ha contestato il congresso che ha eletto Barbagallo segretario regionale. Ma il focolaio sembra essersi spento.
«Non è assolutamente così. Dopo la pausa estiva riprenderemo la nostra battaglia, durissima, per contestare non solo l’elezione, ma anche la linea politica del segretario regionale, che continua a suscitare malumori in tutte le province e soprattutto non riesce a dare il senso dell’opposizione al centrodestra».
Qual è il senso giusto?
«Non quello del segretario regionale. Se si eccettuano le iniziative del gruppo Pd dell’Ars, dove la maggioranza dei parlamentari è contro Barbagallo, il Pd è assente. E lo è, tranne a Palermo grazie all’eurodeputato Lupo, anche nelle città. A Catania, ad esempio, si fa fatica a trovare traccia di un’attività del Pd. Non c’è un’opposizione a Trantino, che io ho sempre detto di essere pronto a sostenere con lealtà nelle posizioni giuste e condivisibili. Ma il Pd, anche a Catania, non esiste. Ed è una doppia amarezza, proprio quando si vede che la città sta facendo passi indietro, con un’escalation di violenza diffusa e di insicurezza, fenomeni non dico rimossi ma almeno ridotti con il lavoro fatto nel recente passato. E anche su questi temi il Pd, prigioniero della logica della corrente del segretario regionale, non riesce a far sentire la propria voce. E sta zitto».