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Coronavirus, la didattica a distanza e le "lezioni, chi c'è c'è intorno"

Catania

Coronavirus, la didattica a distanza e le "lezioni, chi c'è c'è intorno"

Di Andrea Lodato

Sveglia ore 6.30. Come sempre. Fuori dal letto, colazione, veloce, ti lavi, ti vesti. Nel frattempo hai già acceso il computer fisso, il portatile, il cellulare. Ore 7.30, suona già tutto, squilli, trilli, messaggi. Manca solo la campanella, ma alle 8 è come se la sentissi. Si comincia. È una parola. Perché al docente italiano ai tempi del coronavirus si è chiesto qualcosa di straordinario, cioè di trasformarsi, hic et nunc, in animale digitale. Quali che fossero le competenze pregresse, le materie insegnate, i mezzi tecnologici in possesso. Dad! Didattica a distanza, ovvero da casa. E con l’epidemia che impone i domiciliari, la traduzione è: lezioni, chi c’è c’è intorno. Fossero figli piccoli, mariti, genitori anziani. Driin, driin, ore 8. Si parte.

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Docente connessa su più piattaforme, tanto per fare girare la testa, da Webex ad Argo a Moodle, ce n’è per tutti i gusti. L’orario di oggi prevede alle 8.10 la lezione di storia in videoconferenza con la 5 G. Appello. Appello? Intanto sul video immagini sgranate, suoni gracchianti. Ragazzi ci siete? Sì, no, forse, boh. Ma non va la connessione mia? Non va la loro? Stanno ancora dormendo, forse? No, non dormono. Infatti cominciano i messaggi sulla chat di WhatsApp. Prof. io sono qua, ma non riesco a connettermi, dice Vittorio. Anche io ci sono, prof, chatta Roberta. Calma, ci vuole calma. La prof cambia chat, chiama il collega, quello esperto che sta coordinando tutti, connettendo tutti, spiegando step by step cosa fare, che è una bella impresa perché nella maggior parte dei casi si parla con docenti che non hanno mai fatto cose del genere.

L’esperto spiega, la prof intuisce, capisce, la connessione si sblocca. Funziona. Eccoli, buon giorno ragazzi. Si comincia. «La prima guerra mondiale scoppia perché...». Mamma hai preparato la colazione? Così, all’improvviso, da una stanza da letto, dal corridoio. Sssss, sono in videoconferenza. «La prima guerra mondiale scoppia perché...». Vibra il cellulare, la chat della 4 L. Un occhio al monitor, uno al cellulare. Ragazzi un attimo. Armando, che c’è? Prof, noi abbiamo videolezione alle 11, ma anche mio fratello ha lezione e gli serve il computer. Come faccio? Armando, sto spiegando, ne parliamo dopo.

Sembra difficile, è difficilissimo. Quando arrivi a metà spiegazione delle ragioni per cui scoppiò la prima guerra mondiale, sei già stremato. La videoconferenza va avanti, ci sono i colleghi del sostegno che seguono, a distanza, i loro studenti. Un’altra impresa non da poco. Serve uno sforzo collettivo, una concentrazione totale, un sacrificio anche fisico. Perché quando finisce quella prima ora di Dad, ti ritrovi già piegato sul computer, con la schiena a pezzi, con i ragazzi che fanno domande sovrapponendosi e...

Cara, dove hai messo la sciarpa grigia? E niente, spunta pure lui. Sssss, spostati che ti si vede nella webcam, per favore. Sono in diretta. Ah, già. La casa che diventa scuola, il salone che diventa aula, il computer che diventa canale di trasmissione, il cellulare che accorcia le distanze, che fa sentire agli studenti che tu ci sei, come quando siete tutti in classe. È come se, anche se non lo è. Finisce l’ora, non la videoconferenza. Vittorio, allora, hai capito cosa accadde a Sarajevo? Certo prof, Gavrilo Princip, l'arciduca Francesco Ferdinando... E tu, Dario, perché nei giorni scorsi non hai registrato la presenza? Ma no, prof, certo che ho firmato la presenza, sulla chat. Sulla chat? Ma no, Dario, non sulla chat. Vi ho detto che dovete usare la piattaforma Moodle, vale solo quella, è quello il nostro registro. Poi la registrerò io su Argo. Scusi, prof, non lo avevo capito.

Lentamente sfuma la prima ora e oltre di videoconferenza, ma non c’è tempo per nulla. Non per la colazione (mamma, ma me la devo preparare io???), non per la caccia al tesoro, cioè alla sciarpa grigia che sarà al solito posto, ma tanto lui non la trova e io non la cerco perché è come se fossi a scuola (capito, va, mi metto quella rossa, pazienza). Prima della prossima lezione c’è spazio solo per una videoconferenza con i colleghi e il dirigente. «Professori, mi raccomando, stiamo producendo uno sforzo straordinario come scuola, facciamo sentire ai ragazzi la forza di questo impegno, delle risorse messe in campo. Le risorse sono principalmente loro, questi prof, che seconda lezione in videoconferenza, hanno appena cominciato la loro giornata. Squilla la chat dei genitori: Prof, sono la mamma di Gianfranco, mio figlio non ha il pc, può collegarsi con il cellulare? Prof sono la mamma di Roberta, mia figlia non riesce a connettersi, che si può fare? Non trilla nessuna campanella, ma la prof la sente. Ecco i ragazzi, che hanno studiato la videolezione preparata la notte scorsa, che hanno fatto il compito e lo hanno consegnato virtualmente sulla piattaforma. Oggi si interroga. Prof, mi vede? Prof, mi sente? Prof, io ci sono!

C’è, anzi c’era. All’improvviso Tony lascia la videolezione. Scappato? No prof, scrive su WattsApp, sono stato crashato, la piattaforma mi ha buttato fuori. Aspettatemi, provo a rientrare. Mentre aspettiamo Tony, rieccolo: mamma, che si mangia oggi? Ssss, sono in videoconferenza. Allora, ragazzi, Tony è rientrato, non è più crashato, possiamo cominciare con Petrarca e il suo Canzoniere... Ma mentre parti con «I' vo piangendo i miei passati tempi», di nuovo la chat, Ferdinando: Prof come devo fare la clip audio per l’interrogazione? Prof il mio cell non converte il file. Prof mi aiuti lei.

Prof in videoconferenza a produrre uno sforzo straordinario per un Paese che crede sempre poco in questo esercito che resta l’avamposto, spesso l’unico, per formare donne e uomini di oggi e di domani. Donne e uomini veri, non virtuali. Prima, durante e dopo il coronavirus.

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