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Catania, il ristoratore: «Io, forse, ripartirò ma non tutti ce la faranno»

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Catania, il ristoratore: «Io, forse, ripartirò ma non tutti ce la faranno»

Di Maria Elena Quaiotti

CATANIA - Una cosa è certa: per i ristoratori e titolari di bar la ripartenza, graduale non appena finirà l'emergenza sanitaria, sarà una sorta di “anno zero”, fra mille dubbi di non poter rialzare la serranda.

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«Riapriremo, anche se “dimezzati”. Dovremo pensare come se stessimo cominciando tutto da capo»: Alfio Napoli, da 14 anni titolare del ristorante “Le tre bocche”, 50 tavoli e 18 dipendenti «tutti giovani, ora in cassa integrazione», non ha dubbi. «Si riprenderà con molta calma – sottolinea – e i ristoratori saranno gli ultimi. I “miei ragazzi” stanno facendo il nostro stesso sacrificio, devono poter avere una certezza e noi faremo di tutto per dargliela. Abbiamo lavorato fino al giorno prima del decreto di chiusura, con la metà dei tavoli che di norma avevamo, abbiamo capito subito cosa sarebbe successo da lì a poco. E ricominceremo così, metà tavoli per garantire la distanza, senza code e stress per i cittadini che vogliono ritornare a vivere Catania».

«Ogni mattina mi sveglio come se stessi vivendo un incubo – racconta Simonetta Bruno, a settembre la sua attività, “Le Capannine Bistrot”, 300 i posti a sedere, compirà vent'anni – se dovesse passare troppo tempo però non avremo più la forza di ripartire e se dovessi salvarmi sarà solo perché appena prima dell'emergenza stavo lavorando bene, ero riuscita a togliermi tutti i debiti. Peserà tanto l'affitto di questi mesi, i miei quattro dipendenti sono in cassa integrazione e mi incolpo di non potergli dare quello che meritano. Il venerdì precedente il decreto avevo fatto la spesa e ho subito donato alle chiese gli alimenti prima che deperissero, almeno 40 chili di mozzarella e tanto altro. Alcuni colleghi ristoratori hanno provato anche a puntare sul delivery, la consegna a domicilio, ma dopo 48 ore si sono resi conto che non avrebbe funzionato. Non è la prima crisi che affrontiamo, ce la metteremo tutta per risollevarci».

Due facce della stessa medaglia in una città che vede nella ristorazione e nei bar uno dei punti forti della possibile ripartenza con le sue 3.500 attività, circa 1.800 delle quali aderenti a Fipe Confcommercio. Ed è proprio dalla chat whatsapp istituita da Fipe, al numero 334.7434949 amministrata da Gigi Vitale, per offrire supporto, consulenza legale, contatti con commercialisti, avvocati, ma anche psicologi, che arriva la prima fotografia della situazione: «Almeno il 30% delle nuove attività non sarà in grado di riaprire – denuncia Giovanni Trimboli, presidente provinciale Fipe Confcommercio, lui stesso ristoratore da 30 anni –. Niente sarà più come prima, stimiamo una crescita del delivery dal 5-7% al 20-25% e un incremento delle “dark kitchen”, le cucine aperte solo per la consegna a domicilio. Abbiamo stipulato convenzioni agevolate con istituti di vigilanza, perché in un mese sono aumentati i casi di furti nelle nostre attività. Alla ripresa, che sarà lenta – prosegue – serviranno interventi straordinari al settore come il ricorso facilitato alle banche o con rating meno rigidi, il pagamento solo dei consumi reali delle utenze, la cancellazione del Crif, il blocco di crediti cambiari e assegni postdatati sino a ottobre 2020 e di accise, addizionale, oneri e Iva fino al 30 dicembre».

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