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Catania: «Io, giudice e mamma divisa tra sentenze, figli e casa»

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Catania: «Io, giudice e mamma divisa tra sentenze, figli e casa»

Di Redazione

ROMA - «Oggi tutto è cambiato. I nostri doveri sono aumentati, i nostri compiti centuplicati. Dobbiamo svolgere ruoli tra loro confliggenti: siamo madri, magistrati, insegnanti, donne delle pulizie, baby-sitter, e ciò in un tempo in cui delegare è diventato un lusso anche per coloro per cui prima questo lusso era normalità. Ci arrabattiamo tra incombenze da cui il nostro "status" ci aveva elevato, sublimato. E allora la mattina comincia presto, cercando di recuperare sul lavoro il tempo dedicato ad altro che, seppure necessario, a volte sentiamo come perduto. E la notte finisce sempre più tardi nel tentativo disperato di non restare indietro». Alessandra Bellia è un giudice del tribunale di Catania, sposata, con due figli alle elementari e un carico lavorativo di 600 fallimenti da gestire. E racconta così come sia cambiata la condizione delle donne-magistrato ai tempi del Coronavirus, con il lavoro svolto da casa.

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«Ci ritroviamo a combattere, quotidianamente, con schede di lavoro per i bambini, problemi di matematica, di analisi logica, geografia, storia, capricci, letti da rifare, biancheria da lavare, lavoro da sbrigare, riunioni quotidiane, decreti da leggere, sentenze da scrivere, problemi da risolvere, norme da interpretare e con la consapevolezza costante di non fare abbastanza», scrive in un intervento pubblicato sul sito di una delle correnti della magistratura, Unità per la Costituzione. Un racconto che non tralascia nulla: i sensi di colpa, come «quando lasci i tuoi figli troppo tempo davanti alla tv o al tablet mentre cerchi di depositare sentenze, sciogliere ordinanze» , la sensazione di non aver mai fatto abbastanza e la consapevolezza, propria delle donne, di «non poter mollare": «nulla ci spaventa e nulla ci fermerà. Neanche tu coronavirus!».

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