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Ponte Barca, la strage dei pesci nell'area protetta

Catania

Ponte Barca, la strage dei pesci nell'area protetta

Di Carmen Greco

Paternò (CATANIA). Inquinamento o gestione sbagliata dei livelli idrici. Sono le due probabili cause della morìa di centinaia di pesci, nell’area protetta di Ponte Barca (Paternò). Nell’ultimo weekend chi gettava l’occhio oltre la recinzione stradale non poteva non accorgersi delle carpe che galleggiavano sotto le paratie della diga. Carpe died, ma anche tinche e persici imperiali.

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La prima segnalazione è stata fatta dalle guardie ittiche volontarie dell’Ente protezione selvaggina che hanno allertato la coordinatrice delle guardie ittiche sul territorio della Citta metropolitana, Daniela Scuderi. Le guardie hanno notato nel pomeriggio di sabato 13 delle chiazze oleose nello specchio d’acqua di Ponte Barca con le carcasse in decomposizione dei pesci.

La comunicazione è stata indirizzata ieri alla Procura della Repubblica con una sfilza di ipotesi di reato: scarichi di acque reflue industriali senza autorizzazione, danneggiamento di acqua pubbliche, inquinamento ambientale, getto di materie atte a intorpidire, stordire o uccidere i pesci e gli altri animali acquatici, getto e versamento in un luogo pubblico transito di rifiuti e sostanze atte a offendere o imbrattare o molestare persone.

Da lì sono partiti una serie di controlli sollecitati anche dall'associazione Pro Natura Catania e Ragusa che da sempre si batte (Luigi Lino e Grazia Muscianisi sempre sul campo) per la tutela di Ponte Barca: i pesci morti (recuperati a cento metri dalle paratie e sul lato nord dell’invaso in prossimità dei depuratori di Paternò) sono stati prelevati dall’Asp per essere consegnati all’Istituto zooprofilattico, mentre i campioni d’acqua all’Agenzia Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Sicilia). Dalle analisi si potrà sapere qualcosa di più sulle cause della morte dei pesci.

Inquinamento e stress idrico basterebbero singolarmente a danneggiare la fauna della zona, ma accoppiati diventano un bomba ecoambientale molto pericolosa per il delicato ecosistema dell'area. Lo sversamento delle acque provenienti da Paternò c’è sempre stato (ed è ben visibile anche ad occhio nudo) ma quando il livello dell’acqua è alto, veleni e liquami vengono in qualche modo “diluiti”. Se, invece, la portata d’acqua dell’invaso si riduce senza tenere conto dell’ecosistema ambientale dell’Oasi, la concentrazione di elementi nocivi fa morire flora e avifauna.

Una delle paratie della diga di Ponte Barca a Paternò

L’anno scorso si era verificata un’altra strage di pesci per il prosciugamento della diga a monte. A valle, le cose erano andate un po’ meglio grazie ai volontari che avevano ributtato i pesci “spiaggiati” in acqua.
Il fenomeno della moria dei pesci si verifica sistematicamente nell’indifferenza generale ed è solo l’ultimo affronto alla natura di questo luogo violentata su tutti fronti. Eppure Ponte Barca è un sito carico di riconoscimenti ambientali, ma sostanzialmente “vuoti”. È un Sit, un Sito di importanza comunitaria e una Zona di protezione speciale secondo le direttive europee “Habitat” e “Uccelli” recepite dalle leggi italiane, e Oasi di protezione della fauna per la Regione Siciliana, è Zona di interesse paesaggistico.

Sui problemi di Ponte Barca sono intervenuti anche Lipu e Vivisimeto che hanno chiesto la convocazione di una Conferenza di Servizi con tutti gli Enti interessati per stabilire/ribadire regole e competanze fra i vari Enti interessati per il rispetto della normativa e per il rispetto delle basilari regole ecologiche di qualsiasi area protetta, la tutela della fauna.

Un posto così potrebbe essere una risorsa economica di primo livello se solo si decidesse di far rispettare - in primis a chi ci vive - il fiume con tutte le possibilità (comprese quelle occupazionali) che il bacino potrebbe offrire oggi che il Covid ha mostrato drammaticamente le fragilità di un sistema turistico basato - e la zona di Paternò non fa eccezione - solo su ricettività e ristorazione. Ma evidentemente una pandemia non basta per convincere gli amministratori pubblici a cambiare direzione.

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