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Catania

Catania, il nuovo parroco di S. Maria di Ognina: «Facciamo chiesa con le famiglie»

Di Pierangela Cannone

Catania - È padre Angelo Alfio Mangano, classe 1961 e originario di Catania, il successore di padre Franco Luvarà, che dopo sei anni di guida pastorale della parrocchia S. Maria di Ognina dal primo agosto ha passato il testimone al confratello Angelo, anche lui appartenente alla “Famiglia ecclesiale missione Chiesa-Mondo” fondata nel 1972 da monsignor Antonio Fallico. La lettura dell’incarico avverrà l’8 settembre da parte dell’arcivescovo, monsignor Salvatore Gristina, poco prima del solenne momento della “svelata” in occasione dei festeggiamenti mariani, ma di fatto il nuovo cammino pastorale di padre Mangano è già iniziato da un paio di settimane.

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La sua esperienza parrocchiale parte da Biancavilla, dov’è stato per un anno viceparroco nella chiesa Cristo Re. Seguono dieci anni nella parrocchia di Santa Lucia al Fortino di Catania. Dal 1998 al 2002 è parroco della chiesa di San Nicolò, a Misterbianco, affiancando l’attività di padre Vincenzo Cannone. Seguono gli anni a Roma per approfondire la catechesi e la missiologia, nelfrattempo segue la parrocchia San Gelasio I, dove esercita per dieci anni. Nel 2013 ritorna a Misterbianco, dove resta fino allo scorso 31 agosto del 2019 per poi diventare viceparroco da settembre dello stesso anno della parrocchia S. Maria di Ognina. Giunto, quest’anno, a trentatré anni di sacerdozio, padre Mangano è tra gli ultimi cinque parroci ordinati da monsignor Domenico Picchinenna il 7 ottobre del 1987. E fu proprio all’indomani dell’ordinazione che celebrò la sua prima messa nella chiesa di S. Maria di Ognina, dove adesso “approda”. «Sento tutta la responsabilità di una continuità storico religiosa - afferma padre Mangano - in un ambito dove l’annuncio del vangelo e, quindi, il cammino pastorale è stato sempre di inculturazione innovativa. Ad Ognina, da tempo, si porta avanti il concetto che oggi Papa Francesco indica della “chiesa in uscita, chiesa con l’odore delle pecore”. Anche se, in questo caso, va subito tradotto in chiesa con l’odore dei pescatori, non solo del pesce».

Come affronta questo nuovo cammino pastorale?

«Col monito di volere uscire fuori dal porto. Non si deve stare fermi, specialmente in questo tempo segnato dalla pandemia e dal lockdown. C’è da condividere insieme un tipo di chiesa che sia familiare e non solo di presenza nel tempio. Già dallo scorso anno padre Franco mi aveva affidato la cura della catechesi e dei giovani: è stato bello durante il lockdown collaborare con le famiglie alla creazione di testimonianze di comunione e condivisione, poi montate in video racconti. Mi approccio a questa realtà, quindi, conservando la realtà storica del passato ma con un modello di chiesa di comunione, servizio e missione. Ma punto a dare molto ascolto ai giovani e alle famiglie del territorio per capire insieme come rivedere il cammino umano e di fede. Una novella da affrontare sicuramente con la stessa disponibilità della Madonna e sotto la guida dello Spirito Santo».

Oggi è difficile fare comunione e riuscire ad avvicinare soprattutto giovani e meno giovani alla Chiesa. È una percezione che corrisponde al reale?

«Sì, può corrispondere al reale. È questo il punto di partenza con cui attenzionare le nuove domande e richieste. Non è più tempo di dare risposte a domande non espresse. La percezione è, quindi, reale e si estende a tutti i livelli. L’emergenza del lockdown l’ha definita in maniera palese: quando abbiamo ripreso le celebrazioni delle messe a porte aperte ci preoccupavamo di come spiegare la necessità del distanziamento sociale ai bambini e alle famiglie. E, invece, è accaduto che i bambini non c’erano. Questo fenomeno ci suggerisce di avere una conversione pastorale anche degli stessi schemi. La “Missione Chiesa-Mondo” punta a sviluppare la spiritualità del “Buon pastore”, però è anche vero che oggi occorre andare a caccia di fragilità. Ci si deve muovere, emulando il lavoro dei pescatori. Mi armerò, innanzitutto, di tanta buona volontà. Non darò nulla per scontato e rivisiterò questo porto, che è l’intero territorio, a partire dall’ascolto e dalla condivisione, per percorrere insieme questo pezzo di cammino».

Oltre all’ascolto e al dialogo la comunità ha bisogno di aiuti concreti. Come intende applicare la carità nei confronti del prossimo, in un periodo difficile come l’attuale?

«Sviluppando e arricchendo quanto nella stessa comunità di S. Maria di Ognina è già presente. Ci sono le realtà della confraternita della Misericordia, dei volontari della Fratres donatori di sangue, della Caritas. Il fenomeno del volontariato fa riferimento primario ai bisogni e alle nuove opportunità: ai giovani va dato spazio con l’arte, lo sport e l’attenzione concreta alle loro capacità. La povertà, invece, ha assunto nuove forme, annidandosi anche nei grandi palazzi. Mi auguro di riuscire a fare una remata tutti insieme, indistintamente».

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