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I brutti segni lasciati dal Coronavirus: Catania si scopre più povera e depressa

Catania

I brutti segni lasciati dal Coronavirus: Catania si scopre più povera e depressa

Di Pinella Leocata
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Che senso ha parlare di qualità della vita in questo anno segnato dalla pandemia, da morti, malati, da una devastante crisi economica, dalla privazione dei rapporti sociali e dall’azzeramento delle iniziative culturali e in parte della scuola? Riproporre l’abituale classifica - rispondono i redattori dello studio - è «una prova di resistenza e un atto di fiducia verso il futuro». Perché conoscere e capire le dinamiche che attraversano e guidano la nostra società è tanto più importante in questo periodo in cui sperimentiamo come le fragilità e le differenze dei territori si ripercuotono anche sulla salute e sulla vita delle persone.

Difficile fare dei paragoni con le classifiche degli anni precedenti perché i ricercatori hanno introdotto nuovi indicatori - ben 25 su 90 - proprio per valutare le conseguenze della pandemia. E altri nuovi 10 indicatori sono relativi all’innovazione digitale per registrare i fenomeni sociali ed economici che emergono come risposta alle limitazioni imposte dalla pandemia. Novità metodologiche che pure non modificano il quadro dell’Italia che da molti anni emerge da questa ricerca. Anche quest’anno, infatti, tutte le città siciliane capoluogo di provincia sono in coda alla classifica e questo nonostante la bassa incidenza dei contagi e dei morti da Covid rispetto alle città del Centro-Nord. Un dato compensato, in basso, dagli indicatori relativi all’andamento dell’economia e dell’occupazione, ai servizi pubblici e all’ambiente e alla cultura e tempo libero. «Chi abita nel Sud del Paese - commenta Nino Amadore - perde sempre. E la pandemia non ha fatto altro che evidenziare con maggiore chiarezza le solite criticità: un fragile tessuto economico, carenze strutturali nei servizi pubblici, un apparato burocratico lento e spesso inadeguato».

Ma vediamo nel dettaglio. Catania si pone al 90° posto della classifica generale conquistando 7 posizioni rispetto all’anno precedente e ottenendo il secondo posto nella graduatoria delle città siciliane aperta da Palermo, che si colloca appena sopra, all’89° posto (guadagnando 9 posizioni). Seguono Enna (al 91° posto) che conquista 9 posizioni, Agrigento (98°), Ragusa (99 °), che ha fatto un salto in avanti di ben 19 posizioni, Trapani (101°), Enna (103°), Siracusa (105°), con un sorprendente salto indietro di 15 posizioni, e Caltanissetta (106° posto). A chiudere la classifica nazionale è Crotone.

Difficile quest’anno fare un discorso dettagliato spulciando tra gli indicatori che vanno a comporre le voci prese in considerazione. I redattori della classifica, infatti, hanno scelto di dare la posizione generale delle singole città e di citare per ogni indicatore soltanto le prime cinque, cioè le migliori, e le ultime cinque, le peggiori. Dunque non conosciamo come Catania si sia posizionata negli innumerevoli indici intermedi. Quindi abbiamo soltanto una visione di massima e questa ci dice che alla voce “Ricchezza e consumi” ci collochiamo all’85° posto, dopo Palermo (81°) e Messina (82°) e prima delle altre città siciliane. Nulla sappiamo in rapporto ai vari indicatori che hanno dato corpo a questa collocazione - quali il trend del Pil pro capite, il reddito disponibile, la spesa familiare, i canoni, i mutui etc. - ma un dato emerge ed è che la nostra città va particolarmente male per quanto attiene ai “depositi bancari” dove si colloca al 103° posto. E questo in un quadro generale in cui, a causa della pandemia, si registra un forte calo della ricchezza in tutta Italia e in cui, sebbene la flessione al Sud sia inferiore, viene confermata la spaccatura tra Centro-Nord e Sud.

Sul fronte “Affari e lavoro” Catania si colloca all’87° posto, dopo Ragusa (83°) e prima delle altre città siciliane. Anche in questo caso si segnala per essere una delle cinque città peggiori d’Italia per tasso di povertà data l’alta incidenza del “ricorso al reddito di cittadinanza” per il quale “conquistiamo” il 104° posto, prima di Napoli, Palermo e Crotone. Nulla sappiamo degli altri indicatori, ma i redattori dello studio sottolineano che tutte le città siciliane sono al di sotto della media nazionale, che vi si registra un ricorso senza precedenti alla cassa integrazione e a misure di assistenza e un rallentamento della nascita di nuove imprese.

Male anche per quanto riguarda “Ambiente e servizi” dove ci collochiamo in coda alla classifica, al 101° posto, dopo Messina, Palermo ed Enna. Catania va particolarmente male in riferimento all’indicatore “ecosistema urbano” dove si colloca al 104° posto, mentre non abbiamo notizie degli altri indicatori quali l’indice di trasformazione digitale, Spid erogate, Pos attivi, rischio climatico, riqualificazione energetica degli immobili, uso dei fondi europei per l’ambiente e la prevenzione etc. Male, ma meno che nelle altre voci, anche sul fronte “Cultura e tempo libero” dove Catania ottiene il 90° posto, dopo Messina (78°) e prima di tutte le altre città siciliane. Non sappiamo nulla sull’uso di Internet, sull’indice di lettura dei quotidiani, sul numero di librerie, biblioteche, cinema, spettacoli, iniziative culturali, palestre, piscine, attività sportive… Sappiamo solo che siamo al penultimo posto nazionale, e all’ultimo in Sicilia, per “numero di bar ogni mille abitanti”.

Andiamo meglio alla voce “Giustizia e Sicurezza”, dove otteniamo il 67° posto, e va detto che vanno di gran lunga meglio Agrigento (11°), Caltanissetta (18°), Enna (38°) e Palermo (50°). Ma c’è un indice in cui eccelliamo, quello della “rotazione delle cause” nel quale conquistiamo il 3° posto nazionale. Infine andiamo bene sul fronte “Demografia e salute” dove conquistiamo il 17° posto nella classifica nazionale, dopo Ragusa che è al 7°, e prima di Caltanissetta e Siracusa che ci seguono a ruota. In particolare Catania conquista il 4° posto per “indice di vecchiaia” e il 5° posto per “tasso di natalità”. A farci perdere posizioni, però, è il “consumo di farmaci antidepressivi” che ci pone al 3° posto nazionale. Anche questo, ahinoi, un segno della potenza devastante del virus.

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