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Catania, il parcheggio da 2.700 euro al giorno “rubato” dal 2013 con una firma falsa

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Catania, il parcheggio da 2.700 euro al giorno “rubato” dal 2013 con una firma falsa

Di Mario Barresi

Il finale della storia che stiamo per raccontare - una storia grottesca, una storia incredibile, una storia amara, una storia di soverchieria che puzza di mafia, una storia di complicità e collusioni inconfessabili, una storia da ridere se non ci fosse da piangere - sarà scritto presto. Domani. Quando, finalmente, sapremo se Catania è una città in cui ancora vige lo Stato di diritto. Oppure dovremo rassegnarci a una giungla senza regole, in cui i più furbi-prepotenti-malandrini vincono. Sempre e comunque.

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L’ambientazione è tutt’altro che incantevole. Perché tutta, o quasi, questa faccenda si dipana attorno a un parcheggio. Un’area sterrata, a Nesima. Una gallina dalle uova d’oro, da quando proprio lì apre l’ospedale Garibaldi. È l’inizio di tutto. O l’inizio della fine, per Michele Saraceno. Che ha ottant’anni ed è un personaggio molto noto a Catania. Con un passato di arbitro di calcio, uomo di sport (gioca ancora a tennis), che non s’è fatto mancare altre passioni, imprenditore turistico con strutture a Tenerife. Ma, per almeno un paio di generazioni di catanesi, il nome di Saraceno è soprattutto legato ai mitici campetti “Internazionale”, di cui è proprietario. Un punto di riferimento per gli sportivi amatoriali, uno spazio di socialità (dal pallone alla birretta) anche per decine di giovani di un quartiere difficile, con il potenziale effetto collaterale di qualche amicizia pericolosa.

Ed è proprio in quei campetti - o meglio in una parte, circa duemila metri quadri, di un terreno di 20.000 metri quadri, tagliato in due dalla circonvallazione, di proprietà di Saraceno -che comincia tutto. È il 2006 quando Umberto Scapagnini, due anni dopo l’inaugurazione del nuovo Garibaldi, avvia l’espropriazione dell’area. «Il sindaco, in attesa di concludere la procedura, mi chiede di mettere a disposizione in emergenza il parcheggio dei campetti», ricorda Saraceno. Il quale, non volendo occuparsi in prima persona della gestione, nel dicembre 2007 fa l’errore più grande della sua vita: affitta quel pezzo di terreno. Con un primo contratto semestrale, e comunque «fino all’espropriazione», a mille euro al mese. L’affittuario è Antonino Scalia. La firma che il proprietario mette in calce a quel foglietto stropicciato sarà più che una maledizione. Una condanna. E fra poco capirete perché.

Nel giugno 2008 a Palazzo degli Elefanti s’insedia Raffaele Stancanelli. Il nuovo sindaco, dopo aver letto le carte (e soprattutto dopo aver contato i soldi nelle casse comunali) rinuncia all’idea dell’esproprio. Ma intanto l’ospedale si allarga, le tre torri sono in piena attività. E il parcheggio privato fa grandi affari. Saraceno vorrebbe tornarne in possesso. Anche perché, nel frattempo, l’affittuario s’è un po’ - diciamo così - “allargato”. Occupando anche il resto della struttura (campetti, spogliatoi, deposito). Nei primi mesi del 2013, però, un sopralluogo dell’Asp mette in crisi un equilibrio perfetto: sanzioni e ipotesi di revoca delle autorizzazioni per il parcheggio di Scalia. «A questo punto mi contatta e mi chiede di chiudere il contratto, per evitare le multe», racconta Saraceno. Il contratto viene risolto il 6 giugno 2013 e Scalia, tre giorni dopo, si precipita a depositare copia della scrittura privata negli uffici dell’Asp. Ma il parcheggio non viene restituito al legittimo proprietario. E dunque comincia una causa civile, con cui Saraceno chiede la restituzione del bene e il risarcimento dei danni.

Ed ecco il primo colpo di scena. Nel corso del giudizio, spunta la copia di un nuovo contratto. Sbandierato ai giudici dai legali dell’affittuario: 1.500 euro al mese. C’è la data del 13 gennaio 2015 e, in calce, la firma di Saraceno. Che, nel frattempo, non è impazzito. «Quella firma non l’ho mai messa, non è mia», continua a ripetere ad avvocati e familiari. Prima sospensione del processo. E il proprietario si vede persino denunciare da Scalia per un presunto falso nella scrittura di risoluzione del contratto. La causa civile si ferma per la prima volta, il 23 giugno 2014. E Saraceno deve aspettare nove mesi per l’ordinanza di archiviazione del Gip di Catania (siamo già al 30 marzo 2015) nella quale si precisa che il documento, autentico, «è stato utilizzato dallo stesso Scalia» che l’ha depositato all’Asp.

La giustizia è lenta, ma fa il suo corso. E riparte il processo civile. Nell’udienza del 7 ottobre 2015 arriva il secondo coup de théâtre: Scalia presenta un nuovo contratto d’affitto, sempre “firmato” dal proprietario, che addirittura estende il terreno concesso fino all’area dei campi, per un totale di 11.700 metri quadri. Come se fosse una sorta di sanatoria dell’illecita occupazione. Delle due l’una: o Saraceno è davvero un pazzo dissociato, o c’è puzza di bruciato. La difesa disconosce, ovviamente, quella seconda firma. E il proprietario denuncia il fatto anche in sede penale. Un cittadino che esercita il proprio diritto? No, più che altro un boomerang giudiziario: la causa civile si arena un’altra volta. I difensori di Saraceno, gli avvocati Emanuele Passanisi e Bruno Fiorito, provano la carta del sequestro cautelare conservativo. Quattro mesi dopo il giudice Vera Marletta rigetta l’istanza.

Apriamo la parentesi penale. Soltanto per certificare che l'affittuario Scalia, assieme al cugino Alfio Scalia, nel frattempo accanto a lui nell’attività, viene condannato per illecita occupazione di fondo e danneggiamento: in primo grado il 24 giugno 2016 e in appello il 16 giugno 2017. La sentenza per entrambi, otto mesi con pena sospesa, è confermata in Cassazione il 20 dicembre 2018.

Ma penale e civile, in questa vicenda, sono due linee parallele che non s’incontrano mai. La causa per tornare in possesso del terreno, congelata per un anno, riprende dopo che Scalia viene archiviato per il reato di falso, nel frattempo depenalizzato. E il giudice - siamo a maggio 2017 - nomina due Ctu (Giuseppe Di Mauro, poliziotto di rango, e l’ingegnere Alessandro Paternò Raddusa), anche per accertare l’autenticità della firma di Saraceno nel primo contratto. L’esito è alquanto chiaro: quell’“autografo” non è del proprietario, prevale un «perentorio giudizio di falsità».

Siamo vicini alla verità, con la giustizia che, seppur a ritmo di lumaca, trionfa? Macché. Arriva l’udienza del 2 ottobre del 2019, data fissata per la decisione. Il giudice è cambiato, con una vacatio e un’ulteriore perdita di tempo. La causa è affidata al presidente Francesco Cardile. Che, però, ritiene opportuna un’ulteriore verifica sulla firma di Saraceno. E nomina un collegio di periti, composto da Salvatore Caccamo e Paola Vergari, affiancati dallo stesso Paternò Raddusa. Stavolta c’è una missione speciale: recarsi all’ufficio Attività produttive, dove giace l’unico atto in cui Saraceno sostiene di aver apposto la sua firma: il primo contratto d’affitto, quello “momentaneo” del 2007, depositato da Scalia per ottenere la Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). Una semplice attività istruttoria che assume connotati grotteschi. «Al primo appuntamento - racconta Saraceno - è stato impossibile visionare il documento, poi non si trovava l’originale. C’è voluto l’assenso dell’assessore Nuccio Lombardo per far sì che i dirigenti lo facessero vedere ai periti. Al mio consulente, il professor Giuseppe Sofia, grafologo di fama nazionale che collaborò anche con Falcone, è bastato uno sguardo alla firma sul primo contratto. “Basta, il caso è chiuso: è da qui che l’hanno ricalcata”, mi disse subito». E anche il collegio nominato dal giudice arriva alla medesima conclusione: «La sovrapponibilità in relazione al cognome ed al nome è praticamente perfetta, il che rende verosimile che la firma provenga da un’opera di ricalco» dell’originale.

L’altro perito, Paternò Raddusa, nel frattempo fornisce al giudice una valutazione commerciale del bene. Fra dicembre 2007 e dicembre 2014 il valore di locazione è pari a 3.238.378 euro, quello fra gennaio 2015 e dicembre 2019 è di 1.543.080 euro. Nel primo periodo, per l’attività di parcheggio, si stima un incasso annuo di 305mila euro, per il secondo addirittura di 990mila euro, in pratica più di 2.700 euro al giorno. A fronte di un canone d’affitto di 1.500 euro al mese, non sempre corrisposto secondo gli avvocati. Con queste cifre enormi (che Saraceno avrebbe guadagnato se avesse gestito il parcheggio), il danno alle strutture degli ex campetti sembra quasi una mancetta: “appena” 43.105 euro.

Tutto sembra finalmente volgere al lieto fine. La perizia (doppia) sulla firma falsa, la stima sui danneggiamenti, la condanna penale passata in giudicato. E infatti arriva la sentenza. «In nome del popolo italiano», la quinta sezione civile del Tribunale di Catania, lo scorso 15 luglio, dichiara «la risoluzione del contratto di locazione» e condanna Scalia «a rilasciare libero e sgombero da persone e cose il terreno» oltre che al pagamento di 126mila euro al proprietario, più le spese processuali.

Ma Saraceno non torna ancora in possesso del suo bene. Per un’altra serie di ragioni. Fra le quali la prima sembra paradossale: per una balzana interpretazione estensiva di una norma del decreto “Cura Italia”, la sospensione dei provvedimenti di «rilascio degli immobili, anche a uso non abitativo» a Catania si applica nel caso del parcheggio conteso. Come se l’usurpatore di un terreno fosse assimilabile a un poveraccio sotto sfratto che non può pagare l’affitto perché soffocato dalla crisi legata al Covid. I legali di Saraceno fanno notare «che la fattispecie non rientra nella previsione normativa», ma non sono abbastanza convincenti. «L’ufficiale giudiziario riteneva prudenzialmente di non dare seguito all’atto di preavviso già notificato», raccontano.

Il Romanzo Criminale non è ancora finito. Il proprietario, infatti, riceve un vaglia postale di 1.500 euro. La causale è “pagamento canone di locazione agosto 2020”, il mittente è la Multipower Srls, che avrebbe affittato, ancora una volta a sua insaputa, il terreno maledetto. Dalla visura camerale realizzata da La Sicilia: si tratta di una società inizialmente costituita da Orazio Gravagna e Salvatore Geremia; quest’ultimo in seguito diventa socio unico. Saraceno disconosce il vaglia e lo restituisce.

Ma la nuova società chiede la voltura della Scia concessa a Scalia. L’ufficio comunale Attività produttive, su richiesta del proprietario, revoca l’autorizzazione originaria. Si perde dell’altro tempo, fra ricorsi al Tar e altre carte bollate. Finalmente il parcheggio, dopo l’eroico intervento della polizia municipale, chiude. Per poco più d’un mese. Saraceno, però, deve pazientare ancora per riprenderselo. Fino al 31 dicembre scorso, quando scade la norma anti-sfratti prorogata dal decreto “Rilancio”. Scalpita, ogni mattina passa di lì per vedere se è il suo terreno è ancora libero. E il 4 dicembre si accorge che «sono tornati quelli lì».

Gli stessi di sempre. Con un espediente che ha del clamoroso. «Il dottor Adonia - racconta il proprietario - incredulo e stranito comunica al telefono ai miei legali che il titolare della Multipower ha ottenuto una nuova Scia, sempre per l’attività di parcheggio sul mio terreno, allegando la fotocopia di un contratto di locazione». Con un’altra firma, la stessa (falsa) delle altre volte.

Che fare? In una città normale bisognerebbe denunciare il falso affittuario. Ma si cadrebbe nella sua trappola, perché questo perverso gioco dell’oca tornerebbe alla casella di partenza. La stessa da cui è partita una causa civile durata sette anni e conclusa con una sentenza di fatto inapplicata.

Gli avvocati chiedono dunque alle Attività produttive di mettere nero su bianco la nuova situazione. Si tratta di un ufficio già balzato agli onori televisivi per un servizio delle Iene su un chiosco che non riusciva ad aprire; e anche in quel caso c’entrava una firma, di una lettera di una persona inesistente. Così Saraceno presenta un esposto alla Procura. Che sarebbe a conoscenza di alcune parti più oscure della vicenda, compresa la presenza di personaggi già, come si dice in questi casi, “attenzionati” dalle forze dell’ordine.

Nella denuncia l’ottantenne racconta tutto, carte alla mano. Ma omette molti passaggi, che sarà cura dei pm approfondire. I fascicoli introvabili e poi “dimagriti”, l’acquisizione di atti della guardia di finanza in tribunale e una causa che galleggia troppo a lungo, le presunte pressioni in diversi uffici, un’intera strada comunale privatizzata.

Il proprietario è un uomo distrutto: «Ho preso un cancro, ho speso tutto quello che avevo, vivo con i soldi prestati da qualche amico e nemmeno gli avvocati si sono fatti pagare. Voglio solo tornare in possesso del mio terreno, non penso neanche di continuare l’attività di parcheggio. Lo venderò...». Fuori da casa sua c’è già la fila, per quei 20mila metri quadri preziosissimi anche per l’intermodalità di metropolitana e Fce, con la possibilità di creare spazi commerciali. E, oltre a una multinazionale che vorrebbe comprare a patto che il terreno sia davvero disponibile, cominciano ad aleggiare cordate di affaristi sponsorizzate da politicanti.

Ma Saraceno, per ora, vuole solo riavere la sua stramaledettissima proprietà. E il miracolo potrebbe verificarsi domani mattina. Quando gli ufficiali giudiziari, in esecuzione di una sentenza di sette mesi fa, dovrebbero far sgomberare il parcheggio e l’area degli ormai ex campetti sportivi. Eppure non è detta l’ultima parola. Nell’aria c’è la sensazione, tutt’altro che irrazionale, che anche stavolta prevalga la regola dei più tracotanti. A causa della debolezza delle istituzioni o magari per un’altra trovata pirotecnica. Perciò domani mattina, per Catania, questo sarà un esame al sangue. In base a come andranno le cose, sapremo se questa è una città ancora sottoposta alla legge. Oppure, da martedì in poi, chiunque sarà autorizzato a falsificare la firma del sindaco Salvo Pogliese - a cui rivolgiamo un appello forte - per rivendicare l’affitto di Villa Bellini.

Twitter: @MarioBarresi

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