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Ciccio Sultano, «Ecco il primato dei siciliani»

Il famoso chef stellato di Ragusa Ibla sarà protagonista, da dicembre, di una rubrica sul quotidiano La Sicilia, che non sarà dedicata esclusivamente alla cucina

Ciccio Sultano, «Ecco il primato dei siciliani»

Ragusa - Pane, amore e fantasia? L’amore per la cucina è conclamato. La fantasia pure. Il pane è soltanto una piccola parte, un semplice ingrediente, nella cucina dagli orizzonti infiniti proposta da Ciccio Sultano, lo chef degli chef, lo dimostrano le due stelle Michelin che fanno bella mostra nel suo ristorante di Ragusa Ibla, Duomo, frequentato da appassionati provenienti da tutto il mondo. Ma questa intervista, non serve soltanto a far entrare il lettore nella cucina di chef Sultano, ma ad annunciare una nuova iniziativa editoriale del nostro quotidiano (La Sicilia), che vedrà protagonista proprio Ciccio Sultano. Una pagina, infatti, da dicembre diventerà tutta sua, con una rubrica che si occuperà di cucina, ma non troppo...

Chef, perché come “logo” della pagina ha scelto “Il primato dei siciliani”?

«Ho deciso di chiamare così la rubrica, perché non volevo utilizzare uno spazio per raccontare ricette da rifare a casa, ma che servisse a capire meglio chi siamo. Rivolgerò le stesse domande a uomini e donne che, a mio parere, rendono onore all’Isola e possono parlarne con la dovuta semplicità e profondità. Cosa mi aspetto? Solo delle risposte sincere che, magari, ci aiutino a osservare le cose da un altro punto di vista».

Un primato ce l’ha sicuramente lei, ed è quello di essere uno degli chef siciliani più apprezzati al mondo. Come si fa a conquistare il cuore e la gola del pubblico?

«Con una cucina intelligente, cioè pensata. Non ci interessa restare a galla, ma esprimere il massimo, aggiornando continuamente gli obiettivi. Lavoro con un gruppo che produce idee che vanno oltre quello che sappiamo fare oggi. Ma la mia maggiore soddisfazione è e resta quella di lavorare qui, di non aver bisogno di partire. E quando capita di andare altrove, tornando, il paesaggio che vedo da casa mi colpisce come se fosse la prima volta. Questa terra va amata visceralmente o è meglio lasciar perdere».

Molti suoi colleghi imperversano in tv, tra programmi propri e “ospitate”. Lei centellina la sua presenza sul piccolo schermo. Perché?

«La verità è che mi hanno invitato molte volte e se non sono andato in tv è perché non ho trovato il programma adatto a raccontare la mia esperienza con la cucina».

Sperimentare pur mantenendo intatte le tradizioni del territorio. È davvero possibile alzare, piatto dopo piatto, l’asticella della qualità?

«Le rispondo con una battuta di Gianfranco Vissani: c’è chi copia e chi crea. Io non copio. In diciotto anni, da quando ho aperto il Ristorante Duomo a Ibla, sono nati centinaia di piatti e tutti avevano la loro ragione d’essere, la loro, oserei dire, individualità».

Non parliamo solo di cucina. In generale, cosa c’è che non va in Sicilia e cosa, invece, abbiamo - dal suo punto di vista - che tutti ci invidiano?

«È buffo, abbiamo talmente tanto che sentiamo il bisogno di lamentarci. Difficile trovare un posto con un’offerta così opulenta di tesori artistici, culinari, di storie e di persone che hanno una storia da raccontare. Ho visitato il monastero dei Benedettini di Catania e sono rimasto, letteralmente, a bocca aperta. Conoscevo la stupefacente “dieta” dei monaci, ma vedere dal vivo dove abitavano mi ha fatto capire meglio che quel posto era, allora, il laboratorio culinario del mondo conosciuto. Eppure, molti siciliani sono accecati dall’idea che la coppa sia sempre di qualcun altro. Non riescono ad amare il bello del vicino, a sentirlo in comune. Io ho la mia vita, la mia corrente, non voglio vivere con il fiatone, pensando a che dirò, a come farò. Tutto sta a trovare una propria direzione».

Viviamo un momento “difficile” sotto diversi aspetti. Come immagina il futuro Ciccio Sultano?

«Siamo in una fase di involuzione, c’è troppa rabbia, risentimento, incertezza. E tutto questo, facilmente, condiziona. Per quanto mi riguarda, sono nato senza nulla e quindi, tornare a non avere nulla non mi fa paura. Temo, però, la stupidità, la litigiosità che in un attimo può incrinare la fiducia di un gruppo, l’armonia che permette di lavorare insieme».

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