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TaoFilmFest, "Picciridda" di Catena Fiorello in concorso: «Mi staiu facennu a casa a Giardini»

Di Gianluca Santisi

Taormina (Messina) - L’abito per l’occasione l’ha già comprato. «Rosso, come quello che indossa la bambina sul manifesto del film ma anche il colore simbolo della lotta alla violenza sulle donne. Rosso, perché un evento come questo lo merita». Catena Fiorello l’attende da quasi dieci anni. Tanti ce ne sono voluti per riuscire a trasporre in pellicola cinematografica il suo romanzo di successo, “Picciridda”, vincitore del Premio Elsa Morante. Il film sarà presentato a Taormina il 5 luglio in concorso. «Tutto è iniziato da una telefonata del regista Paolo Licata. Mi disse che sua madre aveva letto il libro e ne era entusiasta. Anche lui se n’era innamorato, così venne a Roma e mi propose l’idea».

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Con la supervisione di Ugo Chiti, i due scrivono la sceneggiatura ma sul più bello la macchina si ferma: «Ad una settimana dall’inizio delle riprese - continua Catena Fiorello - il vecchio produttore ci fa: “I soldi non ci sono”. Purtroppo se non proponi commedie che fanno ridere con attori che vanno bene al botteghino è difficile che qualcuno investa sul tuo film».

Il primo ciak arriva alla fine dello scorso anno, a Favignana. «Non ho voluto partecipare alle riprese», racconta la scrittrice, che ha recentemente pubblicato il suo nuovo romanzo, “Tutte le volte che ho pianto” (Giunti). «All’inizio Paolo ci rimase male ma poi capì. Era ovvio che una volta sul set avrei voluto dire la mia. “Quello che desidero - gli dissi - è che tu non faccia un film lezioso o ammiccante. La disperazione falla sentire ma non esagerare il concetto, altrimenti diventa fiction, che è un’altra cosa”. Gli chiesi di ispirarsi ai fratelli Dardenne, al loro “Rosetta”, che ho molto amato. Quando ho visto per la prima volta il film, a casa mia, mi sono resa conto che Paolo aveva capito tutto. Ha fatto un film che non si compiace mai del dolore. E’ stato veramente bravo e poetico».

Centrale è il personaggio di nonna Maria, a cui è affidata Lucia, la “picciridda”, quando i genitori emigrano in cerca di lavoro.

«E’ la descrizione caratteriale di mia nonna Catena, raccontata nella sua forza, nella sua potenza, nel suo essere “fimmina”. Lei era così, non la classica nonnina delle carezze e delle paroline dolci. Non ti diceva “tesoro” o “amore”, però avrebbe dato la vita per te».

Nonna Catena da Letojanni…

«Una femminista ante litteram. Ha portato avanti i tre figli avuti dal marito e poi anche quello che sarebbe diventato mio padre, nato dalla relazione con un uomo quando rimase incinta non volle saperne del bambino. Lei lo fece nascere ugualmente, crescendolo da sola».

Immagino dovendo affrontare i pregiudizi di una piccola comunità.

«Mio padre nacque nel 1931. Mia nonna poteva essere vittima di commenti malevoli, ma ciò non accadde perché lei fu così intelligente da superare quella fase. Pur avendo una storia di ragazza madre, donna Catena D’Amore fu sempre rispettata in paese. Questa è stata la sua grandezza. Tutti i dialoghi tra la bambina e la nonna sono dialoghi che ho memorizzato da lei. “Tu devi essere forte perché sai come la gente godrebbe nel vederti piegata in due…”: queste sono le cose che mi ha lasciato».

Alla prima del film ci sarà la sua famiglia?

«L’altro giorno Rosario mi ha telefonato per farmi i complimenti: “Sugnu troppu cuntentu. E tu? Si cuntenta?”. Lui lo sa quanto abbiamo faticato. “Goditi questo momento - mi ha detto - io non mi azzardo neanche a passare. T’immagini che succede se vengo? Tutti incoddu a mia e al film non ci penserebbe nessuno”. Un gesto d’amore immenso da parte di un fratello. Ed è vero, quella sera il protagonista deve essere il film, solo il film». Ma Fiorello, successivamente, ha deciso di esserci insieme al resto della famiglia.

Nell’Italia degli scandali di magistratura e università, lei ha rivendicato con orgoglio il suo essersi fatta da sola, senza scorciatoie e raccomandazioni.

«Per anni sono stata martoriata per il mio cognome, tra l’altro un cognome legato a due persone che, è risaputo, si sono fatte da sole, senza padrini. Noi di famiglia abbiamo scelto di non aiutarci l’uno con l’altro. L’Italia, inveec, è quella di “mio figlio fa il cantante, non puoi parlare con tuo fratello per farlo arrivare a Sanremo?”. E quando rispondo di no divento una stronza. Ma a noi chi c’ha aiutato? Nessuno!».

Ancora oggi, da scrittrice affermata, le fanno sentire il peso del suo cognome?

«No, per fortuna no. Anche se qualche cretino c’è sempre. All’inizio facevano le pulci anche alle virgole: “Beh, certo, Fiorello, i romanzi glieli scrivono”. Le so io le nottate passate sulle pagine e quanti pianti mi sono fatta. Mi chiedevo: “Ma perché proprio a me, quando in Italia sono tutti raccomandati?”. Una risposta me l’ha data mia mamma: “Il vostro cognome non è come tutti l’autri, è un cognome troppo conosciuto…”. A quel punto mi sono detta: “Sai che c’è? A me non mi ammazzate. Io vado avanti”. E sono andata avanti».

Ormai è romana d’adozione…

«Roma è una città con una grande vocazione di accoglienza, ti accoglie senza farti sentire ospite. Ma io mi definisco una siciliana che abita a Roma. Ci sto bene ma ho un appuntamento con la mia terra. Mi staiu facennu a casa a Giardini Naxos. Si ci campu, tornerò».

Da quanto manca dalla Sicilia?

«Da tanto! Dal ’94… 25 anni. Se mi chiedessi qual è la città siciliana che mi assomiglia di più non avrei dubbi a risponderti».

Glielo chiedo…

«Catania!».

Però adesso deve dirmi anche perché.

«Perché è una città veramente aperta e moderna. A Catania ho dedicato un libro che amo alla follia, “Un padre è un padre”, tutto ambientato alla Civita, in una Catania feroce degli anni Ottanta quando veramente girare per strada era pericoloso. Era una città ostaggio della malavita, con una nube grigia sopra. Quando Catania si è svegliata, ha avuto il suo risorgimento, è stato come vederla venire al mondo per la seconda volta. Mentre la vocazione di Palermo è di rimanere incollata alle sue vecchie nobiltà, con un odore di naftalina, Catania ha avuto sempre una vocazione di modernità, di apertura. E’ la città chi assomiglia di più, in assoluto».

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