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Il Pd di Zingaretti, la lezione dei gazebo e la sindrome di Catarella

Di Mario Barresi

E se la gran parte degli 80mila siciliani in fila ai gazebo se ne “catafottesse” - per usare un camillerismo in tema col nuovo segretario del Pd - delle immancabili dispute fra i colonnelli dem siciliani? La risposta, oltre che nell’aria che si respirava domenica, è nei numeri. Sia nel dato, omogeneo a livello nazionale e regionale, del plebiscito per Nicola Zingaretti; sia nell’enorme percentuale di non tesserati fra i votanti (1,6 milioni in tutto); sia nella stima, ancora ufficiosa nel macchinoso spoglio, secondo la quale circa 1/4 di chi ha scelto il neo-segretario nell’Isola l’ha fatto senza indicare alcuna delle liste a sostegno.

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Epperò ieri mattina si sono svegliati tutti zingarettiani. Persino Crocetta, ridestatosi da un lungo letargo tunisino, s’è sentito in dovere di dirsi «molto contento» del risultato, oltre che certo di un «un progetto plurale finalizzato alla rinascita del Paese». Per tutto il giorno un profluvio di comunicati: il povero addetto stampa del gruppo all’Ars ne ha dovuto vergare uno per ognuno dei deputati “vincitori” alle primarie, con tanto di rivendicazione dei risultati in casa propria e celebrazioni assortite. Per non parlare dei social e del web, con autoproclamati leader zingarettiani di Trinacria a disegnare le strategie del «nuovo Pd».

La soddisfazione ci sta tutta: in politica c’è chi vince e c’è chi perde. Ma anche stavolta - proprio come successe per i trionfi “personali” di Renzi - c’è un enorme errore di prospettiva: ha vinto, anche in Sicilia, Zingaretti. E non gli zingarettiani. La lezione dei gazebo è stata talmente chiara che chi la ignora dev’essere per forza in malafede. Perché sarebbe ancor più grave se questa fosse una “sindrome di Catarella”, con la stessa tontaggine del mitico agente che vive della luce riflessa del commissario Montalbano. Il popolo delle primarie è di gran lunga migliore della classe dirigente del partito. Sia quella legata al rottamatore rottamato, sia quella del vecchio nuovismo che avanza. Se i renziani hanno sbagliato, che paghino. Il segretario Faraone, semmai, dovrebbe dimettersi più per la tracotanza di chi ha prima fatto il bulletto e poi ha preferito “vincere facile” che per il fatto di non stare più dalla parte dei vincitori. Che, ancor prima dell’insediamento di Zingaretti, in Sicilia cominciano a commettere gli stessi identici errori. Dimenticando che molti di loro facevano i chierichetti mentre si officiava il vangelo secondo Matteo. Ma soprattutto ignorando (per rendita di posizione o per istinto darwiniano di sopravvivenza) cosa è successo domenica ai gazebo. O poco prima nelle piazze di Torino e Milano. La fiducia appena riconquistata è un bene molto voluttuario. Se davvero Zingaretti vuole incarnare «l’Italia che non si piega», ora non dovrà piegarsi lui a chi vuol mettere cappello sulla vittoria. E continuare a parlare al cuore di un popolo che ha di nuovo speranza e orgoglio. Nonostante il Pd.

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