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Il turismo mordi e fuggi e il bellissimo novembre della signora Marta in Sicilia

Di Catena Fiorello

Marta contava di tornare l’anno successivo. Quel mare, quelle atmosfere, quella gente accogliente. Erano anni che le sue amiche le parlavano della Sicilia, ma tra un viaggio e l’altro, tra un’isola caraibica e un deserto africano, non aveva mai trovato la possibilità di fare un viaggio in quella terra. Dai giornali, però, e dalla TV, e in special modo dai libri di autori siciliani che aveva letto con una certa avidità - gustandosi ogni pagina con piccoli orgasmi della mente-, in testa Camilleri e Sciascia, aveva appresso le nozioni più importanti.

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Le dava fastidio di conseguenza (rassicurata da pensieri più profondi), ascoltare certi luoghi comuni scaturiti da bocche ignoranti, di persone che, per esempio, effettuata una gita su un autobus – del tipo “sali-scendi-faiunpezzettinodistradaedicorsa-acquistaunsouvenir-ripartisubito”, pensavano di aver capito tutto della gente siciliana.

Lei, ferrarese d’annata, nata nella culla del clima umido e svezzata a nebbia e arte, si era sentita catapultata in un mondo totalmente nuovo, non appena aveva messo i piedi sui gradini dell’aereo appena atterrato a Catania. Una folata di scirocco, che le aveva scompigliato i capelli, spostandoli tutti indietro – e addio velleità da signora ancora piacente, composta ed elegante, che parte per le vacanze da sola e in cerca del suo io precipitato durante l’inverno – l’aveva avvisata che lì sarebbe cambiato tutto.

Ci aveva passato agosto in un paesino della costa messinese, un posto “nientediche”, che nessuno si preoccupava di fotografare su Instagram per mettere nelle storie che si bruciavano dopo ventiquattro ore, e nemmeno su Facebook ne aveva mai visto decantare il mare o la sabbia bianca. Invece, quanto era bello stare lì, trascorrendo le sue giornate (o meglio, solo la notte per dormire) in un B&B senza velleità, munito di letto Ikea, armadio bianco anonimo e tavolo con sedie annesse per mangiare, più il bonus di due sdraio con seduta in nylon sul balcone.

E così aveva deciso di prolungare le vacanze fino alla fine di ottobre. Si era detta - in un singulto di follia salvifica - che anche quella novità poteva rientrare in un progetto di vita da capovolgere, dove lei - finalmente - era la priorità, e non gli altri, e dove i suoi desideri erano urgenze da ascoltare, e infine, dove anche decidere di fermarsi a favore di un po’ di serenità poteva rappresentare la conseguenza di un nuovo modo di pensare. Vacanze ad ottobre in Sicilia?

Perché no?, si era detta, e davvero trascorse i suoi giorni più belli facendo nuotate e camminando sul lungomare e godendosi ogni nuova alba. Era quella la cartolina più significativa dell’isola. Che poi, era sempre la stessa, ma immortalata alla fine del tourbillon agostano, in cui non c’era altro posto che per le urla dei bambini e le lamentele di chi era costretto a fare la fila anche per mangiare un gelato.
E tutto costava il triplo, non era una bugia.

Per cui l’avrebbe detto a tutti i suoi amici di provare in prima persona, e ne era certa, l’anno seguente ne avrebbe visto qualcuno mangiare una granita per festeggiare “Tutti i Santi” col sole in testa e in perfetta armonia, e poi… nuotare, nuotare, nuotare… E che Novembre sia!

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