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Coronavirus, responsabilità e buonsenso per guarire

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Coronavirus, responsabilità e buonsenso per guarire

Di Antonello Piraneo

Questa sorta di legge del contrappasso che restringe i confini della quotidianità nell'era in cui pensavamo di avere abbattuto gli steccati immateriali, questa stagione del coronavirus che un giorno racconteremo ai nostri nipoti, impone di reagire con lucida consapevolezza, banale buonsenso e nessuna concessione all’isteria collettiva, purtroppo già sperimentata.

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E dunque. La decisione della chiusura di scuole e università per due settimane, le regole di igiene, le limitazioni agli spostamenti, alla socialità, ai grandi eventi, non sono state prese perché è arrivata la peste bubbonica. Sono, piuttosto, misure di contenimento reputate necessarie per evitare che il moltiplicarsi dei casi di contagio mandino in tilt il sistema sanitario, non potendosi inventare migliaia di posti letto di terapia intensiva in pochi giorni: non siamo in Cina, e per fortuna aggiungiamo. Negli ospedali, nelle strade, accanto a noi non ci sono né untori né monatti, piuttosto malati di una patologia pericolosa ma che ha una letalità bassa nella grandissima maggioranza dei casi e più alta nei soggetti che presentano patologie pregresse, in particolare tra gli anziani che soffrono naturaliter di immunosenescenza: cioè sono più deboli. Lo dicono i virologi, i numeri.

Rispettare le regole, dunque, significa rispettare se stessi e gli altri, avere senso di responsabilità. Lo stesso che, a maggiore ragione, devono avere coloro che ci governano. Le parole vanno pesate, la mimica deve avere una rispondenza con i fatti, non con l'umore del momento: l’immagine del presidente della regione Lombardia che indossa una mascherina è devastante almeno come la foto della Scala di Milano chiusa. Ci servono politici nell’accezione più nobile del termine, non politicanti e neanche cabarettisti o showmen: per quello c’è Fiorello ed è impareggiabile. Perché altrimenti cambia la percezione dei giorni che viviamo e che vivremo, perdiamo la cognizione del rischio reale e si diffonde l’epidemia della paura, questa sì incontrollabile.

Ci sarà poi un tempo in cui discutere dell'esattezza della tempistica delle misure adottate, del cortocircuito tra i vari livelli istituzionali e decisionali, dell’opportunità di avere il pallottoliere dei contagiati, dell’ennesima figuraccia dei padroni del calcio.

Ma deve essere un altro tempo, rispetto all’attuale. Magari lo stesso in cui si ricorderà della sanità (e dei suoi eroi in corsia) al di là dell’emergenza, senza mettere mano al bisturi dei tagli.

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