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Il Sud aspetta, non ci sono alibi per nessuno

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Il Sud aspetta, non ci sono alibi per nessuno

Di Antonello Piraneo

Chissà se delusioni più o meno recenti faranno finalmente comprendere anche agli ultras del campanilismo fuori tempo che l’eterna questione meridionale in generale e la cronica emergenza siciliana in particolare non si risolvono con la carta d’identità né con il certificato di nascita o di residenza di chi governa.

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Essere di Abbiategrasso o di Pachino, di Pinerolo o di Aragona non rileva, specie se i centri decisionali sono sempre più sovranazionali e se si tratta di mappare il Mediterraneo per farne uno snodo baricentrico e non di riasfaltare una trazzera intercomunale. Per questo non ci stracciamo le vesti per l’assenza di un ministro siciliano che sia uno nel governo Draghi. Così come lasceremo ai ras stagionati o rampanti di partiti vecchi o nuovi i festeggiamenti per la possibile infornata di viceministri e sottosegretari nati e cresciuti in Sicilia.

Il Sud ha bisogno di visioni, di progetti, di concretezza - finalmente di concretezza - non di partigianeria parolaia, di vuoto cosmico dietro facili slogan per ingenui e creduloni della piazza accanto. Piuttosto: premesso che questo non è il “governo dei migliori”, ma il meno peggio dei governi possibili per evitare lo showdown del voto anticipato, non è che il Sud risulta assente quando si tratta di individuare classe dirigente autorevole e non classe politicante raccogliticcia? Segue dibattito, se vorrete.

Oggi, allora, le aspettative di questo importante pezzo d’Italia sono tutte nelle mani dei Draghi boys, i tecnici messi nei ruoli chiave che svuotano di fatto gli altri dicasteri, come quello assegnato per esempio a Mara Carfagna e sino a ieri retto dal nisseno Giuseppe Provenzano, emergente bruciato dal Pd sull’altare del rimescolamento di carte.

Quanto il Mezzogiorno sia importante per l’Italia tutta lo ha detto più volte lo stesso premier già da governatore di Bankitalia, poi da numero uno della Bce e in ultimo da “riserva della Repubblica” esaurito il mandato a Francoforte salvando l’euro e l’Europa. Adesso che è tornato in campo, e con la fascia di capitano, potrà e dovrà fare lui ciò che raccomandava agli altri: farsi guidare «da ragionato pragmatismo, ogniqualvolta si disegni un intervento pubblico nell’economia o nella società», tenendo «ben presenti i divari potenziali di applicazione nei diversi territori», predisponendo «ex ante adeguati correttivi», pensando ai giovani del Sud a proposito di investimenti e di «debito buono e debito cattivo». Ecco appunto.

E la svolta non è più rinviabile, intimano i numeri di Pil, disoccupazione giovanile, risorse sprecate, incompiute faraoniche e scarsa capacità progettuale: tristi eredità di governi a trazione variabile, anche meridionale.

Nessun alibi, dunque, per il premier. Soprattutto per lui che d’intesa con il presidente Mattarella - la cui carta d’identità è, per definizione costituzionale e statura personale, garanzia di tutti - s’è caricato di una responsabilità enorme: governare con i suoi, intanto, e poi con gli esponenti dei partiti, dividendo loro, con maliziosa applicazione del manuale Cencelli, le rimanenze della torta dei dicasteri. Certo, rivedere ministri Brunetta e Gelmini riporta indietro le lancette dell’orologio politico, ma importante è che vada avanti almeno il quadrante della competenza.

Draghi in prima persona e Franco all’Economia ma anche Giovannini alle Infrastrutture dovranno ridisegnare l’Italia fino a farne almeno un abbozzo di Paese a una stessa velocità. Il Recovery Plan è lo strumento adatto: si pensa oggi l’Italia dei prossimi venti anni.

Nessun alibi neanche per i partiti: si sono consegnati per convinzione e/o convenienza a Draghi, adesso sarà difficile farlo cadere nelle trappole disseminate tra segreterie di partito, corridoi, aule di commissioni ed emicicli di Montecitorio e Palazzo Madama. Se la sono voluta, in fondo, né possono lasciare il dividendo di eventuali insuccessi del governo a Meloni e Di Battista. Staccare la spina a Draghi sarà un po’ più complicato anche per Renzi, sempre voglioso di scompaginare il quadro politico sperando di ricomporlo a suo piacimento e pure affetto dalla “sindrome del pallone”: se non si gioca come vuole lui si porta via il pallone e interrompe la partita. Il gioco gli è riuscito con Letta e Conte, ma prima o poi il pallone lo porterà qualcun altro: accadrà con una legge elettorale chiara, una soglia di sbarramento seria, a meno di un’Opa di Renzi sui resti di Forza Italia.

Nel frattempo speriamo che Draghi abbia tracciato almeno la cornice del Paese che sogniamo, vogliamo e meritiamo per i nostri figli.

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