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Coronavirus, «Sbagliato e grave pensare ad un reparto Covid al San Giovanni di Dio»

Covid-19

Coronavirus, «Sbagliato e grave pensare ad un reparto Covid al San Giovanni di Dio»

Di Chiara Ippolito

“Pensare ad un reparto covid all’interno del San Giovanni di Dio è sbagliato e gravissimo”.

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A dirlo, nelle ore in cui l’Asp ha già liberato il piano che era occupato da Oculistica, ORL ed Urologiae e sta sgomberando quello finora adibito a Medicina generale, è Geraldo Alongi, responsabile del Unità operativa Cure palliative dell’Asp e consigliere dell’Ordine provinciale dei medici.

“La dolorosa esperienza di altri ospedali italiani che hanno prima di noi fronteggiato il covid deve insegnarci: non si può tenere nello stesso posto i contagiati e gli altri ammalati. E’ davvero impensabile – continua il medico che opera al San Giovanni di Dio - anche solo la possibilità remota di non poter essere d’aiuto a chi ha altre patologie, a chi ha bisogno di un medico e una risposta sanitaria per qualcosa che magari non è il virus, ma che può essere allo stesso modo letale. Ci sono ammalati cronici – dice il dottore Alongi - che rischiano di essere abbandonati, urgenze che vengono dirottate altrove e succederà che ci sarà una mortalità anche superiore a quella che ci consegna ad oggi il covid”.

In concreto, l’Asp di Agrigento ha deciso di riservare i due piani in questione ad area covid. Chi avrà bisogno dei reparti smantellati, e di Medicina generale soprattutto, sarà accolto alla clinica Sant’Anna.

“Perché non fare il contrario? Lasciare tutto com’è stato e creare il nuovo reparto altrove? Non per forza alla clinica Sant’Anna: non mancano strutture in provincia - dice Alongi - che al momento sono ferme e potrebbero diventare riferimento. Non solo: convogliare anche esperti, professionisti, attrezzature e dispositivi in un unico luogo non renderebbe il lavoro di tutti più efficace? Come si deve fare fronte comune in questa lotta, allo stesso modo si dovrebbe fare con forze professionali e mezzi”.

Mezzi - è giusto sottolinearlo - che arrivano all’Azienda sanitaria anche grazie alla generosità della gente, mediante donazioni o raccolte di fondi che aiutano la sanità pubblica.

La situazione agrigentina, inoltre, non è isolata: il progetto del reparto covid integrato all’interno degli ospedali riguarda anche altre strutture sanitarie della provincia. Ma mantenere l’area covid all’interno del nosocomio, nonostante un percorso riservato e messo in sicurezza, non mette in salvo da una latente promiscuità che potrebbe essere pericolosa e, addirittura, tragica.  

In provincia, poi, non mancano le strutture che potrebbero essere attrezzate per accogliere i malati. L’ospedale di Ribera, ad esempio, è uno di quelli ai quali i medici e il personale sanitario del territorio guardano con maggiore interesse. “E’ grande, è progettato per scopi sanitari ed è fermo: utilizzarlo – dice il dottore Alongi – non metterebbe a rischio nessun reparto e nessun cittadino che ritiene necessario chiedere aiuto al suo ospedale di riferimento”.

La posizione del responsabile dell’Hospice di Agrigento non è isolata, al contrario è in queste ore condivisa da molti, soprattutto da quanti, a vario titolo, sono impegnati nella sanità in provincia. “Abbiamo giurato di aiutare chi ha bisogno di noi, qualunque cittadino e per qualunque sua necessità sanitaria, ed è quello che vogliamo fare, nel migliore dei modi, verso chi è stato colpito dal virus e verso chi combatte contro altre patologie. Alcuni reparti – dice Geraldo Alongi - sono indispensabili e non possono essere cancellati da eventuale contaminazione. Il giuramento e il buon senso, l’esperienza di chi combatte questa battaglia da prima di noi e che ha affrontato grandi numeri ci unisce e ci fa superare divisioni di qualunque tipo e colori politici. Qual è la logica che sta guidando le decisioni di chi ha responsabilità organizzative e gestionali? Se ce n'è una ed è pensata nell’interesse dei cittadini, che ci venga spiegata: noi proprio non la vediamo”.

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