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Nel Covid-hospital più grande della Sicilia«Speriamo di non dover scegliere chi salvare»

Covid-19

Nel Covid-hospital più grande della Sicilia «Speriamo di non dover scegliere chi salvare»

Di Mario Barresi

Catania - L’idea di doversi trovare di fronte all’atroce selezione - chi salvare e chi lasciar morire - infetta le poche ore di sonno disponibili. No, qui non è (ancora?) Madrid, né Bergamo. Ma pur sempre Catania, che il coronavirus ha nominato, numeri alla mano, sua capitale siciliana. «Stiamo facendo di tutto per non farci trovare impreparati, nemmeno davanti agli scenari più negativi. Dopo quasi un mese possiamo dirlo: il sistema sta reggendo», assicura. Ammettendo poi, dopo un lungo sospiro: «Certo, un aumento esponenziale di casi gravi potrebbe portarci a modificare alcune scelte su chi lasciare a casa, chi ricoverare e chi intubare. Ma, ritengo e spero allo stesso tempo, mai su chi salvare e chi no».

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Paola Noto ha quarant’anni. È la responsabile della Medicina d’urgenza del San Marco di Catania. Ci apre le porte di un reparto che sarebbe dovuto nascere a maggio prossimo, ma che invece «abbiamo messo su in cinque giorni». Guida un piccolo esercito di camici bianchi “ragazzini” («il più “anziano” ha 34 anni») e prima di andare in trincea ha chiesto ai suoi colleghi: «Se c’è chi non se la sente, deve dirmelo adesso e lo capisco. Perché poi si parte e non voglio sentire ragioni...». Qualcuno s’è tirato indietro. «Ma è fisiologico, come il numero di persone che, in tutto l’ospedale sta usufruendo in questi giorni di permessi per la “104” e di congedi parentali per i figli a casa o s’è messo in malattia».

Ma come funziona il “semaforo” del San Marco, di fatto il più importante “Covid Hospital” di Sicilia? Il primo filtro avviene al pronto soccorso dedicato del Policlinico (diretto da Giuseppe Carpinteri), dove «viene isolato in un’area Covid dedicata». È il primo bivio: analisi al sangue, tac al torace e ovviamente il tampone. Per il cui esito si aspetta in media 12-24 ore. Che fare allora? Torna a casa, «ma sempre con precise indicazioni e un monitoraggio a distanza» chi, «dopo il “walking test”, ha una saturazione d’ossigeno più rassicurante». Gli altri cominciano il «percorso Covid». Ed è qui che scatta quello che la dottoressa Noto definisce un «flusso continuo fra reparti interscambiabili, in un percorso circolare». Che significa? Il pronto soccorso fa la prima scelta: in Malattie infettive (direttore Arturo Montineri) va chi «ha un quadro chiaro, ma con lieve insufficienza respiratoria». I pazienti a «gravità media», ovvero «con tac compromessa e emogasanalisi preoccupante» vanno in sub-intensiva sotto le cure di Noto e del suo staff. Qui, «grazie anche al confronto con l’esperienza di colleghi lombardi e veneti», è stata sperimentata l’efficacia del cosiddetto c-pap, ovvero il “casco” che si vede in tutte le immagini televisive. Un «percorso precoce che ci consente di ritardare o scongiurare l’intubazione». Se il paziente, come si dice in gergo, «non tiene», va subito in terapia intensiva, diretta da Salvo Nicosia. «Ma quando lo estubano torna da noi in un rapporto simbiotico fra reparti, liberando posti in rianimazione, decisivi per i nuovi casi più gravi».

La domanda è: ma fino a quando questo sistema può reggere? «Finora - chiarisce la responsabile di Medicina d’urgenza del San Marco - non c’è mai stata carenza di posti, siamo tarati sulle proiezioni più pessimistiche. Il lavoro di programmazione dell’assessore Razza e dei vertici aziendali finora ha riscontri positivi. E noi siamo preparati ad affrontare il peggio». Con una prospettiva di poter portare i 171 posti letto Covid (30 attivi e 131 in attivazione) fino a 250 in caso di necessità.

Ma chi è prima linea deve convivere sentimenti umani. La gioia di un test su un paziente che migliora, l’esultanza per i primi guariti. E la paura del lavoro, duro, di tutti i giorni. «Sono tutti davvero molto giovani, qualcuno - racconta la dottoressa - prima di cominciare il turno, l’ho visto pure trattenere a stento conati di vomito, a causa di stress e tensione. Stanno anche dieci ore avvolti dentro le tute, con le maschere che formano praticamente delle piaghe sul naso». Hanno paura, ma «sono eccezionali». E «non eroi», precisa con sguardo quasi stizzito dalla vulgata di questi tempi. «Noi - scandisce Noto - siamo professionisti che hanno scelto di fare medicina d’urgenza e abbiamo il dovere di farla. Con scienza e coscienza».

Twitter: @MarioBarresi

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