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Covid-19

I siciliani e il coronavirus: adesso nell'Isola la crisi fa più paura del contagio

Di Redazione

CATANIA - I siciliani continuano ad avere paura. Molta. Del coronavirus, è sottinteso. Ma lo sguardo, sempre preoccupato, sulla salute propria e dei familiari, comincia a rivolgersi altrove. «La popolazione risulta preoccupata non solo dall’emergenza sanitaria, ma anche da quella economica», con un «tempo di sopportazione della crisi minore di quello della previsione della sua ipotetica durata».

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È la brutale sintesi del report di Noto Sondaggi finito sui tavoli di Nello Musumeci e Ruggero Razza. Tre distinte rilevazioni a distanza di una settimana - il 23 e 30 marzo, l’ultima il 6 aprile - per sapere come l’Isola sta vivendo quest’era drammatica. Ma anche per tarare i provvedimenti del governo regionale, quelli già presi e quelli da prendere.

Si parte dalla paura. La più viscerale: il contagio. Rimasta immutata nelle settimane: in una scala da 1 a 10 è sempre 7,3 per sé e 8 (da 8,2) per i familiari. E se i timori per il lavoro restano stabili (6,2), in tre settimane è cresciuto il livello di preoccupazione per la situazione economica del territorio (8,5) e dell’Italia (8,7). Significativo il dettaglio: le presunte carenze sanitarie, a cui il 23 marzo era legata la paura più grande (62%), oggi sono in cima ai pensieri di meno di un siciliano su due; in compenso crescono i timori per gli effetti economici sul territorio (dal 15 al 20%) e lo spauracchio di una crisi globale (dal 20 al 29%). Non a caso c’è la consapevolezza che la Regione potrà fare ben poco: appena il 34% confida nella capacità dell’istituzione di tutelare gli interessi economici.

Ma quanto durerà? La previsione dei siciliani sulla lunghezza dell’emergenza oscilla da 68 a 70 giorni, con in mezzo un picco di pessimismo (77 giorni) il 30 marzo. E rimane alta la preoccupazione per la tenuta del «proprio equilibrio psicologico», manifestata dal 53% dei siciliani, con un picco (61%) fra gli under 34. E la capacità di sopportare quest’emergenza? La media regionale è di circa 57 giorni, ma anche la Noto Sondaggi nel report si dice colpita dall’enorme pazienza dei palermitani (oltre 83 giorni), soprattutto se paragonata ai recalcitranti catanesi disposti a resistere non più di 54 giorni. Un dato curioso è sulla percezione della consapevolezza del governo nazionale, che per il 71% dei siciliani ha chiara la fine del tunnel.

Un elemento che s’incrocia con la fiducia e con il giudizio sulla capacità di gestione dell’emergenza. Il voto è «leggermente più positivo» per il governo nazionale (6,7) rispetto a quello regionale, che è di 6,5 (7,1 i catanesi, 6,4 i palermitani, 6,3 nel resto dell’Isola), comunque in crescita negli ultimi sette giorni. Sull’efficacia dei provvedimenti della Regione c’è un focus nell’altro articolo della pagina, qui rileviamo che aumenta nell’Isola la percentuale di chi accetta, perché la ritiene giusta, la prescrizione dell’#iorestoacasa: il 23 marzo era il 72%, nell’ultimo sondaggio si arriva all’81%. E per 9 siciliani su 10 la proroga nazionale dei divieti è «una prescrizione giustificata dalla gravità della situazione». Con un leggero calo di consenso rispetto all’allungamento del lockdown: il 91% approvava lo stop fino al 13 aprile; l’87% fino ai primi di maggio. E, annota Noto Sondaggi, «comunque non è da sottovalutare che l’8% invece dice che è una prescrizione eccessiva», il che equivale a «circa 330mila adulti».

NOTA METODOLOGICA. Rilevazione di Noto Sondaggi su 1.500 soggetti rappresentativi per sesso, età e provincia della popolazione adulta residente in Sicilia. Metodo di intervista: Cati-Cawi con questionario strutturato. Interviste realizzate il 6 aprile 2020. Committente: Regione Siciliana

 

E, sempre in termini di fiducia, i siciliani promuovono con una sufficienza netta i camici bianchi. Tutti: 6,7 a medici di base, pediatri e strutture ospedaliere pubbliche, 6,3 alle cliniche private; tutti i voti sono in aumento rispetto alla precedente rilevazione. Il che coincide con il giudizio sulla funzione informativa: «I medici di base si confermano il presidio cui maggiormente i siciliani ricorrono in questi giorni (19%) seguiti nel 7% dei casi da ospedali, pediatri e numeri nazionali. Risulta superiore al 7/10 e in crescita rispetto alla scorsa rilevazione il livello di soddisfazione per le informazioni ricevute da medici di base, pediatri e strutture ospedaliere». Bocciati i numeri verdi nazionali, quello della Regione incassa un voto medio di 7,4 da quelli che l’hanno contattato. Ovvero il 5% dei siciliani, con un ulteriore 3% che ci ha provato senza avere risposta. «Utili» o «parzialmente utili» le informazioni sul sito dell’assessorato alla Salute per il 98% di chi l’ha visitato nell’ultima settimana.

Infine, tamponi e mascherine. Strumenti decisivi nell’emergenza, ma anche per le riaperture nella “fase 2” per cui il governatore ha già sondato il comitato tecnico-scientifico. Che magari sarà stato messo al corrente dei desiderata dei cittadini. Qualche esempio? Per l’87% non basta sottoporre il tampone ai soli operatori sanitari, ma va esteso a tutti i lavoratori a contatto con il pubblico. «Utile», per il campione degli intervistati, sarebbe effettuare i test a «chiunque entra negli ospedali per qualsiasi motivo» (86%) e a «chiunque deve recarsi da un medico» (69%), dati leggermente in calo rispetto alla rilevazione precedente. Ma, se proprio dobbiamo dirla tutta, quasi due siciliani su tre vorrebbero i tamponi di massa: il 63% sarebbe favorevole a fare il test «a tutta la popolazione indipendentemente dall’avere sintomi». Le mascherine? Più di un siciliano su due (il 55%, ma prima era il 64%) ha provato a comprarle, ma non le ha trovate; il 9% non le ha cercate perché non le ritiene necessarie. «Mancano in tutta Italia», per l’84%. E allora chi le deve distribuire? Più che la Regione (30%), deve farlo la Protezione civile nazionale (54%), seguendo il criterio della popolazione residente (64%) più che quello del numero dei positivi (28%).

Twitter: @MarioBarresi

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