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Crisi ristorazione, l'idea di Roberta Capizzi: «Tavolini all'aperto circondati dal verde»

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Crisi ristorazione, l'idea di Roberta Capizzi: «Tavolini all'aperto circondati dal verde»

Di Maria Ausilia Boemi

Catania - Ristorazione: riaprire sì, ma come? Economicamente, con un supporto a fondo perduto dallo Stato per le aziende e la Cig per i dipendenti almeno fino alla fine dell’anno, ma soprattutto con una programmazione: il che vuol dire avere chiare indicazioni sulle misure di sicurezza da adottare e magari ridisegnare i centri storici di città come Catania, agevolate dal clima, per renderle alla fine una sorta di giardino diffuso di convivialità. Roberta Capizzi, ristoratrice nota in città con il suo “Me cumpari Turiddu”, molto attiva in Terziario Donna di Confcommercio (che l’ha premiata come migliore imprenditrice catanese nel 2019), segretaria di Aidda delegazione Sicilia e attiva nel comitato Slow Food Catania, ha le idee chiare su come ripartire, tutelando l’azienda e «il capitale umano, che è la nostra forza».

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«C’è una frase di JBernard Shaw - sottolinea Roberta Capizzi - sull’apporto che ognuno può dare alla società in un momento di crisi: “L’ottimista inventa aeroplani, il pessimista il paracadute”. Entrambi hanno in comune la programmazione, secondo me indispensabile. In prima battuta nell’emergenza economica con l’erogazione della Cigd per i dipendenti da troppo tempo in attesa e di un aiuto alle aziende che credo in parte dovrà essere a fondo perduto e in parte con un accesso agevolato al credito». Ma l’emergenza non è solo economica: «Occorre parlare di programmazione - condivide Roberta Capizzi - perché l’analisi non si può limitare solo al fatturato del ristorante, ma si estende all’intera filiera. In questo senso, le necessarie misure di sicurezza devono essere decise dal governo interfacciandosi con chi questo lavoro lo fa». E le misure di sicurezza non possono essere l’utilizzo del plexiglass, secondo Capizzi: «Il ristorante è un luogo di convivio e di incontro, noi creiamo emozioni per chi ci viene a trovare, il che esclude il plexiglass». Né si può limitare tutto al distanziamento sociale, che comporta un effetto diretto (che si tramuta in conseguenze drammatiche) sul numero di coperti: «Nel mio caso dovremmo passare da un centinaio di coperti a 35-40. Ma noi abbiamo 15 dipendenti a tempo indeterminato, commisurati appunto al numero di coperti».

Ecco quindi che, come componente della task force sulla sicurezza nell’iniziativa nazionale Aidda for Tourism, Roberta Capizzi è impegnata in prima linea «nella sfida di studiare una nuova forma di accoglienza che ci possa permettere di continuare a ricevere con gioia e calore i nostri clienti con modalità e procedure diverse. Ma ciò cosa comporta per i ristoranti e per coloro che vi lavorano? Anche perché tantissimi locali in centro storico (non il mio, ma in generale) sono molto piccoli e si corre il rischio che alcuni possano sparire». Da qui parte il suggerimento di Roberta Capizzi: «Considerando l’interessante azione del governatore Musumeci che ha stanziato fondi ai Comuni per concedere ai ristoratori di usufruire in maniera agevolata di spazi aperti per i dehor, mi sento di proporre, sulla scorta di quanto si sta progettando a Milano e in Lituania, di ridisegnare i centri storici delle nostre città: tavolini all’aperto su strada circondati dal verde, che consentirebbero alle imprese di mantenere un numero congruo di coperti per sopravvivere e garantire i livelli di occupazione mantenendo al contempo il necessario distanziamento sociale in nome della sicurezza. Noi abbiamo la fortuna di avere in Sicilia un clima straordinario che da qui a novembre ci permette di lavorare all’aperto senza problemi; inoltre, essere all’esterno con i tavoli distanziati e circondati da piante incide sull’elemento psicologico del cliente; infine, aiuta i ristoratori nelle procedure di sanificazione». Ridisegnare quindi le città «con un coinvolgimento di art designer ed architetti nell’ambito di una nuova visione del futuro e di rinnovate forme di solidarietà sociale». Quindi programmazione, sicurezza, città rivisitate come giardini diffusi di convivialità, ma anche riscoperta e valorizzazione dei prodotti locali, queste ultime sulla scorta di «una proposta bellissima di Slow Food: la raccolta firme “Ripartiamo dalla terra” per chiedere al governo Conte un credito d’imposta dal 20 al 30% per tutti i ristoratori che acquistano dai piccoli produttori della loro regione».

Ovviamente, l’obiettivo immediato è «cercare di capire quali sono le linee del governo per comprendere come muoverci. L’auspicio è che queste si decidano ascoltando chi fa questo lavoro, perché altrimenti il rischio è che queste siano tarate solo sul metro quadro e non sulla procedura». Che deve tenere conto della sicurezza dei clienti e anche dei lavoratori: «Il cardine su cui noi progetteremo tutto è la sicurezza, per i clienti e per i lavoratori, a partire dalla cucina. Le misure di sicurezza sono fondamentali, perché su quelle si capisce qual è il margine di manovra non solo sotto il profilo pratico, ma anche e soprattutto sotto il profilo di tenuta aziendale della sostenibilità delle nostre imprese». Nell’ottica che il ristorante è, e deve restare, luogo di gioia, convivialità, dello stare insieme.

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