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Coronavirus, l'infettivologo ai siciliani: «Siamo ancora una popolazione “vergine”, attenti alla fase 2»

Covid-19

Sicilia, zero contagi? «Presto per esultare, ecco quando ne saremo davvero fuori»

Di Giuseppe Bonaccorsi

CATANIA - «Non lasciamoci prendere dall'euforia, manteniamo i nervi saldi, ma le immagini di un weekend bestiale, con assembramenti e spiagge affollate preoccupano un tantino anche se bisogna ammettere che il Covid non è più lo stesso». Così il primario di Malattie infettive dell'ospedale Cannizzaro di Catania, dott. Carmelo Iacobello, dopo il raggiungimento da due giorni del contagio zero in Sicilia. L'esperto invita alla calma e all'attenzione nel rispetto delle regole. «Ancora, secondo me - spiega l’infettivologo - è presto per esultare e dire che il coronavirus se n'è andato del tutto».

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Ma il contagio zero di sabato e i due positivi di ieri fanno ben sperare?

«Certo, ma la curva epidemica in qualche modo risente ancora della Fase uno. Oggi siamo a 20 giorni dall'avvio della Fase di riapertura, la Fase 2. Ciò significa che per avere un quadro reale dobbiamo ancora attendere almeno una settimana».

Per lei allora è troppo presto per cantare vittoria?

«Esattamente. Ancora siamo in un periodo di apertura parziale. Io aspetterei sino all'incirca al 15 giugno quando dovremmo avere una svolta positiva».

Perché questa cautela visto che il Covid ormai appare in ritirata?

«Bisogna capirci di più. Ancora non tutto è stato riaperto e mi chiedo ad esempio come si farà a far riprendere l’attività alle discoteche, luoghi di ritrovi e di nuove conoscenze...Insomma dobbiamo attendere ancora».

La Sicilia è stata brava nel contenere il virus?

«Il lockdown ha certamente influito sul calo de contagi e da questo punto di vista i siciliani sono stati bravi. Ma dopo i primi momenti di difficoltà anche il virus ci ha dato una mano».

Lei sostiene ancora che il coronavirs si è depotenziato?

«Lo confermo. E lo dico da tempo e in tempi non sospetti mi ero già esposto nel sostenerlo. Effettivamente non soltanto qui, ma in molte zone dell'Italia i clinici che hanno curato i pazienti si sono resi conto che ad un certo punto era cambiato qualcosa e i pazienti non si ammalavano più come prima. Perché questo sia accaduto è difficile a dirsi, ma qualcosa è cambiato e infatti da 15 giorni non abbiamo più ricoveri».

Avete il timore per la riapertura dei confini con le altre regioni prevista per il 3 giugno?

«E' un argomento interessante. Io sono preoccupato dei possibili ceppi diversi anche tra regioni. Qualche modificazione nel virus è avvenuta, ma potrebbe essere variabile da regione a regione anche se molte altre regioni mostrano la stesso scenario del nostro. Confesso però di nutrire qualche dubbio per l'arrivo a partire da giugno dei turisti lombardi e piemontesi. Potrebbero rappresentare un pericolo... Bisognerà essere molto attenti tenendo presente l'indice di trasmissibilità prima di aprire alle altre zone della penisola».

E della possibile riapertura con altre nazioni voi clinici che ne pensate?

«Siamo preoccupati, perché non sappiamo ancora se il virus inglese o quello americano o il sudamericano abbiano cominciato a modificarsi in senso benevolo. A maggior ragione forse sarebbe bene guardare con attenzione agli spostamenti internazionali. Ma anche in quelle zone del mondo sarà solo questione di tempo e alla fine il virus varierà allo stesso modo del nostro e anche lì ci sarà una attenuazione della sua virulenza».

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