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Covid-19

Covid, primario del Cannizzaro: «Difficile fare previsioni. Ma sappiamo che pazienti vanno subito ricoverati»

Di Giuseppe Bonaccorsi

Catania - La Regione, attraverso l’assessorato regionale alla Salute, ha reso noto di aver aumentato il numero dei posti letto delle rianimazioni dell’isola. In un periodo di calma per il Covid, con le Rianimazioni vuote di positivi, abbiamo sentito la primaria del Cannizzaro, dott. Maria Concetta Monea, responsabile anche del dipartimento emergenza.

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Dott. Monea l’aumento dei posti letto nelle terapie intensive è un intervento atteso e può servire per fronteggiare una eventuale seconda fase? Quando pensa che diverranno operativi e quanti posti letto avete avuto dalla Regione?

«Non so quanti posti letto avremo in più e non voglio sbilanciarmi. Molto probabilmente non ne otterremo più di 10. Comunque si tratta di una questione logistica perché per organizzare queste postazioni sono necessari nuovi spazi e una organizzazione e bisogna anche fare dei lavori».

Durante l’emergenza Covid il Cannizzaro è stato in prima linea. Adesso il virus è quasi sparito a tal punto che il suo reparto ha utilizzato anche i 9 posti letto a pressione negativa per ricoverare pazienti non Covid. Ma lei aveva o no la disposizione di lasciare ancora riservati questi letti?

«Durante tutto il periodo di emergenza abbiamo sempre occupato 15 posti letto per pazienti non Covid. Quando l’emergenza è diminuita man mano che mi sono trovata davanti a pazienti non Covid da ricoverare non ci ho pensato un minuto. E non ho avuto dubbi a ricoverare e occupare anche i posti destinati al virus. Non potevo permettermi di lasciare un paziente fuori dal mio reparto».

Ma quando lei ha preso questa decisione c’è stato qualcuno che le ha detto che quei posti dovevano ancora essere riservati per il Covid?

«No, nessuno. Ma vorrei aggiungere che quando di notte ci siamo trovati di fronte a pazienti da ricoverare non ci siamo mai posti il problema e mi sono prese tutte le responsabilità per questioni etiche e morali e sarei andata davanti a qualsiasi giudice per sostenere sempre questa mia scelta».

Lei cosa pensa del Covid? Tornerà?

«Nessuno sino a qualche mese fa sapeva qualcosa su questo virus. La verità oggi è che nessuno sa cosa potrà accadere domani. Quello che in questo momento possiamo dire è che tutti i nuovi infetti non hanno un quadro clinico grave come accadeva i primi tempi. Questo dato è legato a due fattori, il primo è che forse il virus è mutato. Il secondo riguarda il cambiamento della terapia e la terapia idonea è stata messa a punto dopo che finalmente sono state fatte le prime autopsie e ci siamo accorti di tante cose. E lì abbiamo capito che non era una polmonite ad uccidere i pazienti, ma si trattava di una trombosi massiva dei piccoli e dei grandi vasi del sistema polmonari e il sangue non riceveva ossigeno. Quando abbiamo cominciato a fare alte dosi di cortisone e di eparina la situazione è migliorata».

Sulle autopsie non effettuate alcuni cittadini catanesi giovedì hanno presentato un esposto...

«Degli esperti hanno preso queste decisioni e il ministero ha emanato delle disposizioni. Ma quando sono cominciate le autopsie abbiamo capito tutto. Come si è capito che non era idoneo lasciare le persone contagiate a casa per tanti giorni...».

Il vigile del fuoco Giuseppe Coco è rimasto a casa 14 giorni prima di essere ricoverato, decedendo pochi giorni dopo.

«Quel paziente non doveva morire, ma nessuno oggi può discutere le decisioni terapeutiche di allora, ma oggi è chiaro che tante persone sarebbero dovute venire subito in ospedale. Io ricordo alcuni casi. La prima paziente che ho ricoverato era una signora di S. Giovanni la Punta che era rimasta a casa per troppo tempo. Quando è arrivata da noi aveva fame d’aria e non c’è stato più nulla da fare. La donna si era infettata attraverso il genero che lavora in aeroporto. Dopo di lei anche il marito è stato ricoverato. Ricordo anche il caso di un agente di viaggio che è arrivato da noi col sistema renale praticamente saltato. I suoi reni non funzionavano più. Anche per lui non c’è stato nulla da fare e anche lui era stato tanti giorni a casa».

Forse anche il tampone fatto per tempo avrebbe aiutato nelle diagnosi?

«C’era la disposizione che i tamponi dovevano essere lavorati al Policlinico. Una cosa assurda e difatti d’un tratto il Policlinico non ce l’ha fatta più...Perché non si capisce. Io non discuto le disposizioni, però sino a un certo punto...».

Ma allora oggi se dovesse ripresentarsi una seconda ondata voi avete una terapia d’urto per venirne fuori?

«Sì, ma dobbiamo ricordarci che siamo davanti a un virus e non ci sono antibiotici che possano essere utili».

Secondo lei cos’è che bisogna fare per preparasi a dovere a una eventuale nuova ondata?

«Penso che bisogna rivedere il sistema territoriale che deve funzionare a dovere... Da qui bisogna partire...».

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