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Covid e scuole, l'infettivologo: «Più che per i giovani, è allrme per prof e famiglie»

Covid-19

Covid e scuole, l'infettivologo: «Più che per i giovani, è allarme per prof e famiglie»

Di Giuseppe Bonaccorsi

Dottore Iacobello lei poco tempo fa ha detto che sarebbe stato meglio aprire le scuole a partire da ottobre. A poco più di una settimana dall’avvio delle lezioni oggi contiamo due scuole coinvolte in casi Covid con due aule in quarantena e non meno di sei casi e anche un asilo sotto i riflettori. Cosa dobbiamo attenderci?

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«Innanzitutto - risponde il primario del reparto di Malattie infettive del Cannizzaro - è troppo presto per attribuire questi casi all’inserimento di ragazzi nelle scuole. Solo tra un mese circa avremo i primi effetti dell’apertura delle scuole. Questi positivi ritengo possano essere attribuibili anche al rientro dei vacanzieri e non sappiamo in quanto tempo questi casi pressoché asintomatici poi si negativizzano. Il vero problema non sarà per i ragazzi che affrontano il virus con maggiore forza, ma tra i professori che hanno una certa età e poi per il loro ritorno a casa accanto alle persone più anziane».

Ma era meglio o no aprire un po’ più tardi?

«Innanzitutto bisognava evitare di aprire prima delle elezioni perché le urne sono una fonte di assembramento. Detto ciò sarebbe stato meglio iniziare ad ottobre magari per avere un quadro epidemiologico più chiaro. Comunque io mi schiero nel partito di chi ha aperto le scuole. Bisognava ripartire. Immaginare che la scuola non dovesse ripartire era una questione che non potevamo permetterci. Ritardare di uno, due mesi invece sì, sarebbe servito per dare modo alla diffusione del virus da rientro di stabilizzarsi. E una apertura ritardata avrebbe permesso agli istituti di organizzarsi per bene ed evitare aule con più di 15 studenti. Magari si potevano riadattare edifici pubblici oggi abbandonati per consentire un maggiore distanziamento degli studenti».

In sintesi la gatta frettolosa fa i micetti ciechi?

«Il detto calza a pennello, sarebbe stato meglio essere più prudenti e capire quali potessero essere le cose migliori da fare».

Visto l’andamento dell’epidemia negli altri paesi europei, noi cosa dobbiamo attenderci?

«Difficile dire quello che accadrà in Italia e in Sicilia. Noi abbiamo avuto senz’altro un turismo più controllato rispetto a quello di Spagna e Francia. Inoltre questi paesi hanno maggiori flussi e contatti con paesi del sudamerica e del maghreb, zone dove il virus è ancora troppo radicato. Forse la differenza di casi è da attribuire a questi contatti frutto delle vecchie colonie».

Nonostante l’aumento dei positivi i malati in terapia intensiva sono pochi. Dobbiamo attribuire questo dato al fatto che i soggetti oggi più colpiti sono i giovani e ritenerci fortunati, oppure temete un cambiamento?

«Anche in questo caso non è possibile individuare le variabili. Personalmente sull’affinamento delle cure non credo molto. Prima avevamo la possibilità di trattare i pazienti con l’idrossiclorochina e il Tocelizumab, oggi farmaci vietati. Ci restano i cortisonici e l’eparina a basso peso molecolare. Sul Rendesivir attenderei ancora alcuni dati delle casistiche mondiali. Alcuni colleghi mi hanno espresso perplessità. Bisognerebbe invece impegnarsi di più nella individuazione di nuove molecole ad attività antivirale diretta. Inoltre non credo che abbiamo fatto un passo avanti significativo per il vaccino e penso che prima che superi tutte le sperimentazioni passeranno molti mesi. Infine vorrei dire una cosa sui numeri di pazienti in terapia intensiva. Spesso si tratta di pazienti che finiscono in rianimazione non per il Covid, ma con il Covid. Cioè sono soggetti già fortemente compromessi da uno stato di salute già altamente fragile».

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