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Covid-19

Covid, la Sicilia a un passo da quota 1000 allarma esperti: «Lockdown non è più tabù»

Di Mario Barresi

Catania - Quota mille è lì, a un passo. Ma l’allarme Covid, nell’Isola, non è soltanto una questione di numero di contagiati. La Sicilia (ieri 984 nuovi positivi e 12 morti, ora 117 pazienti in terapia intensiva sui 1.012 ricoverati) è infatti fra le 11 regioni d’Italia classificate «a rischio elevato di una trasmissione non controllata di SsrsCoV-2» nel monitoraggio dell’Istituto superiore di Sanità. Pur non essendo fra le zone (Calabria, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte) più la Provincia di Bolzano) in cui «la velocità di trasmissione è già compatibile con uno scenario 4 con rischio di tenuta dei servizi sanitari nel breve periodo», la Sicilia è considerata «a rischio alto», a titolo precauzionale, ma «il dato non è attendibile perché la sorveglianza è insufficiente al momento della valutazione».

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E ora è chiaro che, nel dossier settimanale di Iss e ministero della Salute, è rivolto anche ai vertici regionali siciliani l’invito a «realizzare una rapida analisi del rischio, anche a livello sub-regionale» e di considerare un «tempestivo innalzamento delle misure di mitigazione nelle aree maggiormente affette in base al livello di rischio».

Ancora sotto la soglia critica di 1.5 l’indice Rt in Sicilia (1.42), con 11 regioni che hanno sforato il limite di 1.5 e Piemonte e Lombardia sopra il 2. Ma il tasso di contagiosità è destinato a salire. Continua a preoccupazione la situazione nel Ragusano e in particolare a Vittoria dove i positivi sono saliti a 438, circa la metà dei casi registrati in tutta la provincia. Le terapie intensive sono sempre sotto pressione (soprattutto e Palermo e Catania), lunedì dovrebbe essere operativo il piano di potenziamento dell’assessore alla Salute, Ruggero Razza. Con 117 ricoverati Covid su 588 posti disponibile, l’Isola è sotto la soglia d’allerta (stimata in 175 dagli esperti del Cts regionale), ma per l’Iss c’è «un’alta probabilità che 15 Regioni/Province autonome superino le soglie critiche di terapia intensiva e/o aree mediche nel prossimo mese».

E adesso, dopo che anche Nello Musumeci ha confessato che «andiamo verso la chiusura totale», nemmeno per infettivologi ed esperti del Comitato tecnico-scientifico della Regione il lockdown è ormai un tabù. Un destino ineluttabile? «Purtroppo è così», ammette Carmelo Iacobello. Il primario di Malattie infettive al Cannizzaro di Catania spiega perché l’Isola è entrata nella top ten dell’emergenza: «Durante la prima ondata noi fummo risparmiati dall’onda d’urto. Non è ancora chiaro da cosa sia dipeso, ma c’è stato un netto delta fra Nord e Sud. All’epoca, per la Sicilia, era un dato incoraggiante, ma nascondeva un’insidia: la bassa incidenza della contagiosità, rafforzata da un lockdown che da noi è stato ancora più efficace, è diventata una rata, una cambiale postdatata da pagare al virus». E così, per Iacobello, dopo un’estate «in cui abbiamo fatto tutto il possibile per diffondere il contagio», adesso in Sicilia c’è il boom dei «potenziali contagiati che si erano salvati». L’infettivologo, «anche perché la tempistica non è una coincidenza», punta il dito sulla riapertura delle scuole: «Io l’avrei rimandata a metà ottobre, per poter arrivare a Natale e riprendere fiato».

Anche per Cristoforo Pomara, ascoltatissimo membro del Cts regionale, il lockdown è dietro l’angolo. «Io lo do per scontato, a meno che non ci si voglia assumere la responsabilità di un’ecatombe. Ma se non ci fosse il lockdown politico ci sarebbe quello sociale, di fatto, perché la gente ha di nuovo paura». Ma per il docente ordinario di Medicina legale a Catania il punto non è più questo. «Bisogna guardare avanti. Innanzitutto evitando di alternare, come magari qualcuno a Roma s’è messo in testa, un “apri e chiudi” per i prossimi mesi. Finirebbe come la lampadina: se la spegni e accendi continuamente, prima o poi si fulmina». E allora cosa bisogna fare? «Chiudere, ma senza restare a piangersi addosso. Cominciando a programmare, sin dal primo giorno, una riapertura quanto più rapida e sicura possibile. Con un massiccio piano di tracciamento, con i tamponi rapidi, su categorie omogenee e con una rete territoriale in campo con Usca e medici di base. Se Roma ce lo farà fare, la Sicilia può diventare un modello nazionale».

Twitter: @MarioBarresi

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