Notizie locali
Pubblicità
Covid, per bar e ristoranti è serrata-mazzataA Catania "il 35% dei locali resta chiuso"

Covid-19

Covid, per bar e ristoranti è serrata-mazzata A Catania "il 35% dei locali resta chiuso"

Di Redazione

Catania - Gli effetti dell'ultimo Dpcm, che specie nelle zone rosse e arancioni (tra cui la Sicilia) ha imposto ulteriori strette, si fanno già sentire per bar, ristoranti, pub, pizzerie e agriturismi. Da una prima analisi di Coldiretti emerge che su 128mila locali ricadenti in Italia nelle zone rosse e arancioni, la perdita di fatturato mensile è di almeno 2,7 miliardi con un drammatico effetto a valanga sull'intera filiera per il mancato acquisto di alimenti e vino. La serrata imposta dalle misure anti contagio riguarda regioni dove molto diffuso è il consumo alimentare fuori casa e colpisce il 38% dei locali italiani, compresi oltre 5 mila agriturismi. Lombardia, Piemonte, ricorda la Coldiretti, rappresentano oltre la metà (58%) delle strutture colpite dalle misure più restrittive sul fronte dei consumi fuori casa, mentre il resto è concentrato fra Puglia, Sicilia, Calabria e Valle d’Aosta. 

Pubblicità

Ieri a Catania è stato servito l'“ultimo pranzo” nei ristoranti, pub e bar che avevano appena modificato l'orario di somministrazione “pur di resistere”. Sempre ieri in città si è assistito all'esasperazione del traffico di mezzi, tanta gente in giro per negozi, ma anche a frequentare i locali aperti, bar, pasticcerie e ristoranti che da oggi, come da dpcm, saranno tutti chiusi, tranne chi punterà sull'asporto e la consegna a domicilio. «Dobbiamo pur provare a difenderci», ha commentato ieri il barista del Sikelia in corso Sicilia, con uno sguardo forse già conscio della “sconfitta” in agguato. Una lavagna esposta fuori da “La Dolce Vita” di viale Africa informava: “Da domani rimaniamo aperti con il servizio d'asporto ed il domicilio. Grazie”. Eppure, nonostante l'ultima giornata del “liberi tutti”, tante attività non hanno neanche provato ad aprire: il chiosco all'incrocio tra le vie Imbriani e Canfora era inesorabilmente chiuso, più di un ristorante ha ritenuto inutile rischiare di non servire neanche un piatto mentre i bar stavano già studiando come riporre tavolini e sedie dall'esterno all'interno e che resteranno inutilizzati per chissà quanto tempo in una sorta di ineluttabile “deposizione delle armi”.

In via Gemmellaro si sono registrate le ormai note violazioni: la zona pedonale, regolarmente infranta, non ha subìto variazioni nonostante i tavolini messi fuori dall'ora di pranzo in alcuni locali (ieri per l'ultima volta), segnalazioni su Youpol sono state inoltrate perché verso le 17 si sono verificati i temutissimi (da altri) assembramenti all'esterno di alcuni locali, mentre fino al giorno prima per “serate interne ai locali non autorizzate, a saracinesche abbassate” (nonostante l'obbligo di chiusura alle 18 valido comunque fino a ieri). Da oggi non sarà (o non dovrebbe essere) più possibile.

I dati relativi a tutti i settori della somministrazione rilasciato da Fipe Confcommercio non lasciano dubbi: «Il 35% delle attività non apriranno, perché non hanno mai fatto asporto - rileva Giovanni Trimboli, presidente ristoratori Fipe -. Il 25% dei bar resteranno aperti di mattina fino a una certa ora e con personale ridotto per poter fare asporto con quello che hanno, provando a “segnare il territorio” e non spegnere la luce. Il delivery nei ristoranti verrà fatto, o meglio, si cercherà di farlo, soprattutto nel fine settimana, venerdì e sabato a cena e domenica a pranzo; pizzerie, locali di panini gourmet e sushi continueranno a lavorare con il delivery attraverso le piattaforme attive in città. Almeno il 25% dei locali non aprirà fino al “ritorno alla normalità”, e su tutte le attività pende la scure degli affitti e dei dipendenti da pagare. Abbiamo fatto fronte agli F24 di ottobre nonostante debiti che hanno superato gli incassi, le “mance” dello Stato copriranno solo il 10% delle nostre spese». «Non c'è rassegnazione, ma demoralizzazione - affonda il colpo Trimboli -. Siamo inermi, vorremmo reagire ma non possiamo. Protestare non paga, ma qualcuno dovrà pur pagare, quindi chiediamo le dimissioni di Musumeci e Razza, di un sindaco che non c'è e avrebbe potuto fare la sua parte, per non parlare dei sindacati di base, già spariti».

Pubblicità
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA