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Covid, l'ipotesi della variante siciliana: ecco cosa sappiamo finora

Covid-19

Covid, l'ipotesi della variante siciliana: ecco cosa sappiamo finora

Di Alfredo Zermo

CATANIA - L'ultima in ordine di tempo è quella scoperta ieri in Giappone. È l'ennesima variante del virus Sars-CoV-2, dopo quelle scoperte recentemente in Gran Bretagna e in Sud Africa. Gli esperti dicono che non sono più letali, ma possiedono un tasso di trasmissibilità molto elevato. Nelle ultime settimane in Sicilia la pandemia di coronavirus si è allargata in maniera quasi incontrollata: più 66% di positivi in una settimana e un tasso di positività vicino al 20%, tra i più alti d'Italia. Potrebbe essere allora che anche nell'Isola c'è stata una mutazione del virus? Si può parlare di variante siciliana?

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L'ipotesi è stata lanciata dalle pagine del nostro giornale dal virologo Carmelo Iacobello, primario del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale Cannizzaro di Catania e membro del comitato tecnico scientifico della Regione siciliana. Un super esperto, quindi, che guarda in faccia il virus ogni giorno sin dalla sua comparsa e che oggi si dice sorpreso dall'improvvisa contagiosità che il Sars-CoV-2 sta mostrando nell'Isola. Solo un'ipotesi la sua, perché come ha spiegato lo stesso infettivologo per avere una risposta  «servirebbe un osservatorio virologico ed epidemiologico che ci consenta di individuare cosa sta accadendo». 

In Italia invece non sappiamo quali varianti circolano né quanto siano effettivamente diffuse perché - come spiegano bene i "Biologi per la scienza",  un gruppo di giovani biotecnologi molto attivi sui social nella divulgazione e informazione scientifica - non sequenziamo (e se lo facciamo lo facciamo male). il gruppo ha lanciato una  una petizione per chiedere che venga istituita una rete nazionale di laboratori che si occupi della sorveglianza genomica di Sars-CoV-2. 

«L'emersione della variante B.1.1.7 (anche nota come variante "inglese") ci ha chiaramente dimostrato - dicono i ricercatori - che a fianco ai dati epidemiologici devono necessariamente esserci dei dati di sorveglianza genomica». Secondo i Biologi per la scienza «per quanto sia infatti vero che Sars-CoV-2 è caratterizzato da un tasso di mutazione decisamente inferiore a quello degli altri virus a Rna, è anche vero che ogni contagiato rappresenta per il virus un’occasione per mutare e meglio adattarsi al suo ospite. Questo adattamento non è necessariamente un vantaggio per l’ospite, ma anzi, come B117 ci ha fatto chiaramente vedere, potrebbe rendere la gestione della pandemia decisamente più complessa». 

Ogni virus, infatti, per adattarsi e sopravvivere tende a mutare quando si replica, creando una nuova copia del suo Rna. Un fenomeno ben documentato dalla letteratura scientifica e che, dall’inizio della pandemia a Wuhan, ha già accumulato centianaia di mutazioni, la maggior parte delle quali di scarsa o nulla entità. 

Alcune, però, si sono rivelate più contagiose. Sono cinque le varianti che negli ultimi mesi hanno generato allarme. La prima è quella cosiddetta europea (D614G), responsabile della seconda ondata caratterizzata da una maggiore incidenza dei contagi. Ancora più aggressive, in termini di contagiosità, sono le varianti individuate tra ottobre e novembre: quella sudafricana e, soprattutto, quella inglese, la cui trasmissibilità è aumentata del 50-70%.

Le mutazioni più significative si trovano sulla proteina Spike del Coronavirus: un picco sulla superficie che gli permette di agganciarsi al recettore ACE2 delle cellule umane per penetrarle e infettarle. Nel giro di poche settimane, queste varianti (soprattutto quella inglese) sono state rilevate in mezzo mondo: dall’Australia al Canada, da Hong Kong all’India, dagli Stati Uniti al Cile e gran parte dell’Europa, Italia compresa. Una conferma evidente di quanto queste mutazioni siano altamente contagiose.

Il che non significa come detto che siano più letali, anzi: «Non ci sono informazioni sul fatto che le infezioni da questi ceppi siano più gravi», ha chiarito il Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc). 

«Potrebbe ipotizzarsi una mutazione del virus anche in Sicilia - dice il professore Antonio Cascio, direttore dell’unità di malattie infettive del Policlinico "Paolo Giaccone" di Palermo -  ma ad oggi non ci sono conferme scientifiche che nell'Isola circoli una nuova variante virale, il tutto dovrebbe essere suffragato dalle analisi della sequenza genetica del Rna virale». 

«Le mutazioni ci sono sempre state e continueranno sempre ad esserci e grazie alle mutazioni si è avuta l’evoluzione di tutte le specie compresa quella umana - spiega Cascio -. Più i microrganismi sono semplici più è facile che si possano verificare mutazioni. I virus con acido nucleico Rna mutano più velocemente degli altri. Il Sars-CoV-2 tende a mutare meno frequentemente rispetto agli altri virus ad Rna, ma muta con una velocità stimata di due mutazioni al mese».

«Non sempre le mutazioni risultano vantaggiose per il virus e non necessariamente le mutazioni rendono il virus più contagioso o più aggressivo», sottolinea il professore Cascio. «Di solito tendono a diffondersi maggiormente le varianti che sono più contagiose e meno virulente. È importantissimo continuare ad analizzare frequentemente le sequenze genetiche dei virus circolanti nelle diverse parti del mondo per monitorare l'emergenza di queste varianti che potrebbero diventare meno riconoscibili dai test diagnostici molecolari o antigenici o meno suscettibili agli anticorpi emersi dalla vaccinazione».

Riferendosi infine alla cosiddetta «variante inglese» Cascio osserva: «Il Regno Unito ha un consorzio consolidato di sequenziamento del genoma SARS-CoV-2 ed è il Paese al mondo dove vengono eseguiti il maggior numero di sequenziamenti virali, per questa ragione è il Paese dove sarà più facile che saranno diagnosticate nuove varianti. Le istituzioni stiano attente al monitoraggio di queste varianti - sottolinea l’infettivologo - nel frattempo, manteniamo la calma e continuiamo ad indossare la mascherina e mantenere il distanziamento sociale fin quando almeno il 70% della popolazione non sarà vaccinata. L’imperativo per adesso è cercare di vaccinarci tutti al più presto - conclude Cascio - perché tanto minore è il numero delle persone infette tanto minore sarà la possibilità che nuove varianti potranno emergere».

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