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Covid-19

Covid, Catania un caso nazionale. Ma c'è un motivo: ecco l'ipotesi dell'infettivologo

Di Giuseppe Bonaccorsi

Dottore Iacobello lei si è fatta una idea su come mai Catania continua ad avere il maggior numero di contagi giornalieri di tutta la Sicilia e anche oltre?

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«In questo momento Catania rappresenta una eccezione rispetto al panorama nazionale e ovviamente le cause sono molteplici. per esempio il fatto che io ancora oggi, clamorosamente, mi ritrovo a ricoverare persone ultraottuagenarie, la dice lunga su quello che sta accadendo. Si tratta di un fenomeno abbastanza insolito che grazie alle vaccinazioni non dovrebbe più verificarsi. E invece spesso noi medici ci troviamo davanti a pazienti che arrivano in condizioni molto serie».

Lei come interpreta la difficoltà ancora oggi ad immunizzare fasce di età che dovrebbero esserlo già da mesi?

«Le responsabilità secondo me non sono tanto degli hub vaccinali e dell’organizzazione quanto dei care-giver, in prevalenza i figli, i nipoti che hanno qualche diffidenza nei vaccini e alla fine sconsigliano o non portano nei centri gli anziani parenti a vaccinarsi. Spesso in queste settimane ci siamo ritrovati davanti a parenti di anziani ricoverati che sentono il peso della responsabilità per non aver fatto vaccinare il congiunto nei tempi previsti. Non addebiterei quindi responsabilità ai centri vaccinali, semmai a questo atteggiamento controproducente del catanese che sembra avere una buon seguito nella nostra provincia».

Ma se un anziano vive solo, magari in un paese lontano dagli hub vaccinali allora la responsabilità di chi dovrebbe essere?

«Probabilmente lì entrano in campo i medici di famiglia. E in alcuni casi so che già vaccinano. Ma forse devono essere i sindaci a coordinare questa campagna. perché è improbabile che un soggetto fragile di, chessò, San Cono venga da solo a Catania a vaccinarsi. Quindi c’è bisogno di una organizzazione territoriale che copra i comuni».

Quanti anziani continuate a ricoverare?

«Non tanti, è bene dirlo. La situazione è nettamente migliorata. Ma ancora i ricoveri ci sono».

Come scalfire questo zoccolo duro di diffidenza?

«Bisogna tentarle tutte. Non mi spiego questa specificità molto catanese, mentre le altre città metropolitane hanno un buon numero di anziani vaccinati e si trovano in una condizione ben migliore della nostra».

I numeri sino a qualche giorno fa parlavano di 30mila over80 non vaccinati e di oltre 100mila tra anziani e fragili non coperti...

«Questi cittadini non capiscono che sono esposti in maniera pericolosa a un virus micidiale che può portare a drammatiche conseguenze. E per comprendere che la vaccinazione funziona, basta recarsi nelle residenze per anziani dove il buon lavoro di vaccinazione ha portato la situazione sotto controllo e non esistono più focolai».

Cosa si sente di dire a queste persone che ancora non si sono vaccinate?

«Lo snodo è sempre lo stesso: tanto maggiore è la popolazione vaccinata tanto minore sarà la circolazione del virus. E nessuno dei non vaccinati pensi di essere già al sicuro. Il virus è in agguato. La gente non ha ancora la sensazione di quello che è accaduto in Italia. Sono morte 130mila persone e io ho visto morire in ospedale degenti che erano arrivati troppo tardi. Purtroppo questi cittadini sono convinti che il problema riguardi solo gli altri».

Con una percentuale non certo irrisoria di non vaccinati lei teme che ad ottobre potremmo ritrovarci magari davanti a una recrudescenza di nuove varianti?

«Allo stato attuale le varianti che circolano in Italia trovano un ostacolo nei vaccini. Ci potrà essere qualche variante più aggressiva e difficile da controllare, ma dipenderà molto dalla loro circolazione».

Dobbiamo preoccuparci della variante indiana?

«Attualmente no. Al momento non rappresenta per noi un grosso problema perché vaccini danno una copertura anche verso questa variante. Semmai a preoccuparsi devono proprio essere coloro che ancora non si sono vaccinati».

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