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A 25 anni dall'appello di Wojtyla, «la mafia continua a ordire trame mortali»

La lettera dei vescovi siciliani in ricordo delle parole del Papa ai mafiosi letta durante la messa nella Valle dei Templi

A 25 anni dall'appello di Woytjla, «la mafia continua a ordire trame mortali»

PALERMO - «La mafia continua a esistere e a ordire le sue trame mortali, estendendole anzi - ormai da tempo - oltre la Sicilia, nel resto d’Italia e all’estero, procacciandosi ovunque connivenze e alleanze, dissimulando la sua presenza in tanti ambienti e contagiandosi a molti soggetti - sociali e individuali - che apparentemente ne sembrano immuni, trapiantandosi ovunque nel solco di una pervasiva corruzione». Lo affermano i vescovi siciliani nella Lettera a 25 anni dall’appello di San Giovanni Paolo II ai mafiosi nella Valle dei Templi, ad Agrigent. La Lettera è intitolata «Convertitevi!» e quell'appello oggi viene ricordato con una solenne cerimonia nello stesso luogo. I vescovi ribadiscono che «la mafia è peccato», «la mafia è incompatibile con il Vangelo» e ricordano che quando Giovanni Paolo II chiese loro di convertirsi la mafia rispose con gli attentati del luglio 1993, a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro, poi il 15 settembre 1993 uccisero padre Pino Puglisi, parroco nel quartiere Brancaccio, a Palermo, ora beato.

La lettera è stata presentata ai giornalisti alle ore 16.30 nella chiesa San Nicola, ad Agrigento, da mons. Salvatore Gristina, arcivescovo di Catania e presidente della Conferenza episcopale siciliana, insieme con il vescovo di Monreale mons. Michele Pennisi e il vescovo di Ragusa mons. Carmelo Cuttitta, rispettivamente vice presidente e segretario della Cesi. La parte conclusiva della lettera, sotto forma di messaggio, è stata ai fedeli  alla concelebrazione eucaristica con i vescovi dell’Isola, alle 18, nella Valle dei Templi. La messa è presieduta dal card. Montenegro e trasmessa in diretta da Tv2000.

La Conferenza episcopale siciliana sottolinea che «la mafia è un problema che tocca la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale in determinati territori e ambienti, il vissuto dei suoi membri, di quelli che resistono all’invadenza mafiosa e di quelli che invece se ne lasciano dominare». E se negli anni la comunità ecclesiale ha preso le distanze dal «silenzio» che prima circondava il fenomeno mafioso, oggi «rischiamo di passare dal silenzio alle sole parole» - avvertono - magari ripetendo ciò che già dicono altri : «Privo di un suo timbro peculiare, il discorso ecclesiale riguardante le mafie rischia così di essere più descrittivo che profetico».

Sui media «le condanne pubbliche e le scomuniche», osservano, «hanno eco brevissima» ma ciò che li preoccupa davvero è «che il nostro discorso» non giunga a «interpellare» e a «scuotere davvero i mafiosi, da parte loro non certo interessati a leggere i documenti ecclesiali» e non si riesce a «far crescere generazioni nuove di credenti». Perciò invitano a proporre «una catechesi interattiva, il più possibile "pratica" e "contestuale"» e a sfruttare «ogni buona occasione: nel catechismo agli adolescenti, in cui anche i figli dei mafiosi devono essere coinvolti», nei «momenti formativi dedicati ai giovani e agli adulti"; nella celebrazione del "battesimo, la prima comunione e la cresima; nelle omelie durante i funerali delle vittime di mafia, ma anche - dove e quando sia fattibile - durante le esequie di persone defunte che sono appartenute alla mafia».

«Tutti i mafiosi sono peccatori: quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi, quelli più o meno noti e quelli che si nascondono nell’ombra», si legge fra l’altro nella Lettera. Venticinque anni fa Giovanni Paolo II gridò a braccio ai mafiosi «Convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio». Oggi tutta la Conferenza episcopale siciliana rinnova quell'appello in questa  lunga e approfondita lettera, che prende in esame diversi aspetti della mafia, anche in rapporto alla fede e alla pietà popolare.

«Peccato è l’omertà di chi col proprio silenzio finisce per coprirne i misfatti, così facendosene - consapevolmente o meno - complice - chiariscono i vescovi siciliani - . Peccato ancor più grave è la mentalità mafiosa, anche quando si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione e in una inestinguibile sete di vendetta. Peccato gravissimo è l’azione mafiosa, sia quando viene personalmente eseguita sia quando viene comandata e delegata a terzi». Allo stesso modo le organizzazioni mafiose sono «strutture di peccato», perché «con i loro intrighi e i loro traffici si rivoltano contro la volontà divina» e producono «la morte fisica, che le azioni mafiose causano dolorosamente tra gli esseri umani» e «la morte radicale, che rimarrà - nel momento supremo del giudizio di Dio - inconciliabile con la vita eterna».

La mafia, precisano i vescovi, «si configura non solo come un gravissimo reato, ma anche come un disastroso deficit culturale e, di conseguenza, come un clamoroso tradimento della storia siciliana. Più precisamente, come un’anemia spirituale. E, per questo motivo, anche come un’incrinatura fatale nella virtù religiosa, che finisce così per risultare depotenziata e travisata».

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