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Montante, il Romanzo Criminale e quei silenzi della politica

Una mole enorme di atti: dalla caccia al Montante-mafioso alla pesca a strascico degli indagati

Montante, il Romanzo Criminale e quei silenzi della politica

Montante nella sua fabbrica di biciclette

Sono soprattutto due aspetti - fra i tanti altri emersi dall’inchiesta su Antonello Montante - a colpirci. E c’è un nesso fra di loro.

Il primo è il silenzio imbarazzato della politica, soprattutto quella siciliana. Di fronte al clamore mediatico degli arresti e della raffica di indagati, si contano sulle dita di una mano i big nostrani - di solito più veloci della luce a inviare comunicati stampa densi di lodi sperticate a magistrati e forze dell’ordine, ma anche con dotte lezioncine di legalità - che si sono esposti a commentare il terremoto che ha Caltanissetta come epicentro. Al netto di chi s’è dovuto difendere (perché indagato o citato nelle intercettazioni), solo qualche timido attacco per incassare in contati una rendita di posizione dai banchi dell’opposizione.

La politica, quasi tutta, resta in attonito silenzio. E, guardandosi allo specchio, si auto-sussurra un legittimo sospetto: «E se ci fossi anch’io, in quelle carte?». La risposta, oltre che nella monumentale mole di atti (2.567 pagine di ordinanza del gip; per avere le copie dell’intero fascicolo processuale i legali di Montante hanno speso oltre 22mila euro) sta molto più banalmente nella photogallery delle bici dello storico marchio nisseno delocalizzato in Piemonte. E se su quel sellino sono saliti pure Andrea Camilleri, Fiorello e Pippo Baudo, c’è da stupirsi dei vertici di istituzioni, forze dell’ordine et similia? Lo stesso vale per i politici. L’hai voluta la bicicletta? E ora pedala...

Eppure è chiaro che - anche nella frenetica caccia al nome importante, fra le righe dell’indagine - la prima distinzione è fra ignari fan dell’ex paladino della legalità e consapevoli membri di quella che è stata definita una «tentacolare rete di rapporti». Alzi la mano chi - anche all’interno delle caste di magistrati e giornalisti - negli anni più fulgidi della Confindustria antimafia non ha dato credito alla battaglia di Montante&C. La stessa per la quale, in questi giorni, il leader ai domiciliari non si dà pace: «Ho stravolto la mia vita per la legalità. Non posso più tornare indietro».

Ma sarebbe uno sfogo bugiardo, se fosse vera la teoria del double face sostenuta dai pm: un Dr. Montante che caccia i mafiosi dal salotto chic dell’imprenditoria e va a braccetto con ministri, generali e pezzi dello Stato; un Mr. Antonello che, se non colluso con i boss, trama da puparo del potere fra corruzione e spionaggio, nomine e appalti, fondi neri e dossier.

È davvero così? Sarà la verità del processo a dircelo. Una ricerca in un oceano di atti e fatti. Perché questa inchiesta - e qui veniamo al secondo aspetto che ci colpisce, connesso al silenzio della politica - si può racchiudere in una metafora ittica. Una caccia alla balena - il Montante concorrente esterno alla mafia - che s’è compiuta in quantità (di tempo e di attività d’indagine) enorme, non giungendo, finora, alla qualità voluta. Per intenderci: la balena non è stata trovata, o se sì non era esattamente quella che si voleva pescare. Eppure, grazie a un lavoro straordinario d’investigazione, l’enorme rete gettata nel mare torbido della Sicilia degli ultimi tre lustri ha tirato su tanto altro. Più che dignitosi balenotteri, tonni, pesci spada; pure delfini, persino qualche aragosta. Ma anche merluzzetti e abbondanti tonnellate di novellame.

Fra questa variegata fauna marina nuotano tutte le inchieste emerse in questi giorni. Almeno tre - l’associazione a delinquere per la corruzione dei super-spioni e per occupare Palazzo d’Orléans, in ultimo anche le carte false nei bilanci delle aziende di Montante con il presunto accumulo di fondi neri - sono già sul tavolo. Eppure basta sbirciare la sola ordinanza dell’operazione di lunedì per capire che nella narrazione dell’accusa potrebbe celarsi una mole di ipotesi di reato degna di un manuale di diritto penale.

Se poi la narrazione esce dai binari processuali, allora sì che il Romanzo Criminale è scritto. Dalla “A” di Alfano alla “Z” di Zorro, ci sono quasi tutti, in quelle carte. Non con cinquanta, ma con cinquemila sfumature di grigio. Dai compagni di gita in barca ai commensali di cene vip, passando dalle affinità elettive dei richiedenti raccomandazioni fino ai collusi autentici.

E allora bisogna distinguere - con molta attenzione - i protagonisti dalle comparse, i millantatori dai testimoni oculari, i nemici dagli amici. Perché qui, al di là dell’esito del processo, non ci sono in gioco le storielle, seppur pruriginose e croccanti. Se fosse vero il 10% della minima parte di atti svelati, allora in ballo ci sarebbe la Storia. Quella della Sicilia. Negli ultimi 15 anni. L’ennesima stella cadente dell’antimafia trascina con sé molte più starlette di quanto non abbia fatto il caso Saguto. Il quinquennio di Rosario Crocetta (ex governatore legalitario, oggi unfit pure da concorrente all’Isola dei Famosi) è da considerare un’impostura? Addirittura un sequel, con qualche protagonista sempre identico a se stesso, di precedenti stagioni in cui i governatori finivano in galera o a processo per mafia?

Ma le domande sono soprattutto altre. Di fronte a questo scenario - ripetiamo: soltanto in parte svelato - a quale santo politico devono votarsi i siciliani per non risvegliarsi, per l’ennesima volta, truffati dai professionisti della bugia? Qualche malizioso osservatore nisseno ci fa notare che la pervasiva strategia politica di Montante, alle ultime Regionali, ha provato (e non è detto che ci sia riuscito) a violare il sacro tempio grillino. Magari sono soltanto pettegolezzi di una città infangata nell’anima, eppure la provocazione - per paradosso - va fatta: se Montante, pur non essendo mafioso, fosse davvero l’imperatore della corruzione che ha messo in catene migliaia di schiavi, la Sicilia sarebbe una terra condannata a essere popolata in eterno da corrotti e corruttori?

Per fortuna no. E, proprio a Caltanissetta, il lavoro di magistrati e polizia che non guardano in faccia nessuno è un segnale importante. Ma, per sentirci davvero al sicuro, deve diventare qualcosa di più. Nelle aule dei tribunali, prima di aspirare ai libri di storia.

Twitter: @MarioBarresi

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