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Cronaca

Montante, quelle pen drive gettate nello zaino e l'arresto “col sorriso”: doppio enigma per gli investigatori

Di Mario Barresi

CALTANISSETTA - Il re è nudo. Mentre il suo regno della legalità di plastica crolla come un castello di carte.

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Ma nell’interrogatorio davanti al gip di Caltanissetta - l’orgogliosa difesa, i “siluri” contro gli ex amici e i nemici giurati, le contraddizioni e i tentennamenti già in parte raccontati su La Sicilia - emerge anche un nuovo profilo umano di Antonello Montante. Ben diverso dal «suo astio verso gli organi inquirenti, in dispregio di qualunque forma di rispetto per le Istituzioni», annotato nell’informativa della Squadra mobile di Caltanissetta che l’ha arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Si sente un leone in gabbia, l’ex leader di Sicindustria. E il suo atteggiamento, «per il rispetto che ho per le istituzioni», sembra molto diverso da quello mostrato in privato, quando (intercettato) manifestava «senza mezzi termini e con spocchioso cipiglio» il suo odio per i magistrati della Procura nissena, a partire dal pm in prima linea nelle indagini: «Prima paga Luciani... tutti hannu a pagari... e dici ca l'aspetta ‘na vendetta», e dunque «si nnesci sanu dici è na furtuna...».

Un agnellino, di fronte a gip e pm. «Non sono sereno, ma è normale. Però sono tranquillo...», dice. E poi, in imbarazzo di fronte alla prova inconfutabile di «utenze telefoniche attivate e disattivate in un certo periodo in cui lei era sottoposto a indagine», Montante gioca la carta dell’intimità: «Può anche darsi che nel terrore totale sia… io non sono fidanzato, ma ho la fidanzata, magari uno pensa di… sto dicendo una cavolata…». Il giudice Maria Carmela Giannazzo è inflessibile: «Come lei vedrà, in tutta l’ordinanza e nella richiesta del Pubblico Ministero non ci sono responsabili di alcun genere che riguardano i fatti personali che pure emergono dall’attività di indagine. Quindi non discutiamo di questo». E l’indagato si arrende: «Perché è una Procura seria...».

E poi c’è l’episodio dell’arresto, all’alba di lunedì 14, nella casa di Milano affittata per la figlia. Bussano alla porta le forze dell’ordine, ma Montante aspetta più di un’ora prima di aprire per paura di essere ucciso. «Quindi loro… sono le cinque, penso una cosa del genere, il campanello è lentissimo. Quando io sento che… sento, mi avvicinai vicino la porta, loro battevano le mani: “Apri! Apri!” tutto in siciliano “Apri! Apri! Apri!», racconta. Ma il giudice gli ribatte: «Va bene, ma nella sua mente lei pensa che la mafia o chiunque sia che deve venirle a fare un attentato bussa alla porta per un’ora e passa?».

Al di là della nota umana, c’è il giallo delle pen drive distrutte rinvenute in uno zaino del quale gli investigatori ritengono Montante volesse liberarsi. «Teme per la sua vita e la prima cosa che pensa di fare è liberarsi dello ...», lo incalza il gip, ricordandogli che la segnalazione del materiale occultato è arrivata dal vicino che ha trovato tutto sul proprio balcone. «Non c’era nulla, quattro documenti e il pennino originale», ribatte lui. E le misteriose pen drive (comunque recuperate) «le ho rotte da una settimana, non da un giorno», giura al pm. Tutt’altro che convinto dalla versione dell’indagato. Che, oltre a confessare dopo il ritorno dalla Questura alla casa milanese «non ero una persona normale», in apertura d’interrogatorio confessa almeno una verità inconfutabile. Gli chiedono il suo titolo di studio e lui risponde: «Diploma». Seppellendo nella coscienza la polemica su quella laurea messa in dubbio dai birichini media nisseni.

Alla fine del confronto, l’ex presidente di Confindustria Sicilia si lamenta per l’irruzione che - dopo il notevole ritardo nell’aprire la porta di casa, per motivi che nemmeno l’interrogatorio è riuscito a chiarire - a suo dire sarebbe stata poco “delicata”. E smozzica: «Non si sono comportati molto, molto bene. Va bene? Quindi…». Il gip, correttamente, interrompe il confronto fra Montante e il pm: «Farà le sue rimostranze», dice all’interrogato. Che però non si dà per vinto. Racconta un aneddoto di quell’alba che per lui «è stata una cosa brutta, perché non immaginavamo nulla». E cioè che l’ispettore Gambino alla fine di quei momenti concitati gli avrebbe detto «Presidente, mi dia la mano. Io volevo arrestarla col sorriso». Montante non si dà pace: «Ha capito cosa mi ha detto? “Volevo arrestarla col sorriso”...».

Un doppio ossimoro, per l’ex paladino della legalità. Lui, arrestato. Col sorriso, per giunta.

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