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«In piazza Lanza ancora pochi agenti e sovraffollamento»

Viaggio dentro la casa circondariale catanese insieme a Sergio D’Elia, rappresentante del Partito radicale che ha effettuato una concordata ispezione dell’istituto

«In piazza Lanza ancora pochi agenti e sovraffollamento»

«Marco Pannella ha frequentato questi “luoghi” per tutta la vita, li ha pure abitati e per questo ci ha sempre ammonito: “Guai a dimenticare i luoghi di detenzione”. Noi abbiamo il dovere di continuare le lotte di Pannella. Il carcere è lo specchio della società: se uno vuole conoscere come vive e cosa accade in un Paese dal punto di vista della giustizia e del diritto, sono proprio questi i luoghi da frequentare». E’ pronunciando queste parole che Sergio D’Elia, rappresentante del Partito radicale, ha bussato alla porta della casa circondariale di piazza Lanza per la concordata ispezione dell’istituto. Con lui i “colleghi” Rita Bernardini, Donatella Corleo, Gianmarco Ciccarelli ed Eliana Virzì, nonché l’avvocato Giuseppe Lipera, presidente dell’associazione “Avvocatura e Futuro”.

«Così come c'è la magistratura di sorveglianza - obietta Lipera - deve esserci anche l'avvocatura di sorveglianza. Sia per quanto riguarda i momenti amari della custodia cautelare, di cui non si deve mai abusare, sia nel momento della esecuzione della pena. Il carcere non è solo punizione, ché in carcere e ai domiciliari si è già puniti, ma di redenzione. Un luogo dove attraverso la cultura e gli insegnamenti si può uscire migliorati».

E’ Gianmarco Ciccarelli a spiegare cosa riscontrato nel corso della visita: «Accompagnati dalla direttrice Elisabetta Zito e dalla comandante Simona Verborosso, nonché dalle responsabile educativa, abbiamo verificato una situazione molto simile a quella riscontrata nello scorso agosto. Questo carcere non presenta più i problemi che avevamo visto nel 2011-2012, quando davvero le condizioni erano di assoluta invivibilità. Non vuol dire che vada tutto bene ma è indiscutibile, ad esempio, che il reparto femminile, che ospita 25 detenute fra italiane e straniere sia ben tenuto».

«Diversa - prosegue - la situazione del reparto Troina, che è piccolo e ospita casi problematici a livello psichiatrico. Per quel che riguarda i reparti Simeto e Amenano, che si sviluppano ciascuno su tre piani, ci sono luci e soprattutto ombre. Complessivamente i detenuti sono 351 a fronte di una capienza regolamentare d’istituto di 263 posti. Nelle celle del reparto Simeto, di 18 metri quadrati, troviamo fino a 6 detenuti: se sottraiamo letti e arredi fissi restano 3 metri quadrati calpestabili per detenuto e quindi siamo fuori dagli standard stabiliti dalla sentenza Torreggiani».

«Poche - proseguono i radicali - le attività “extra cella” degne di nota. Sì, c'è una piccola sala per torneo di scacchi e altre attività, ma non per la socialità. I detenuti stanno nelle celle per 20 ore su 24 e solo una piccola parte esce dalle 9 alle 17, a celle aperte. Le condizioni strutturali sono comunque fatiscenti, specie per il reparto Simeto: sui muri croste e umidità».

«Per quel che riguarda l’organico del personale - continua Ciccarelli - è migliorata la situazione degli educatori, adesso 5, ma i detenuti fanno fatica ad avere colloquio con loro. Sopperiscono gli agenti, ma sono sotto organico: c’è un 30% di scopertura, con conseguenti turni da 8 ore anziché di 6, con un’età media del personale alta. Soltanto le agenti del reparto femminile lavorano a turni di 6 ore».

A proposito del reparto femminile, molte detenute africane hanno difficoltà con la nostra alimentazione e vorrebbero il riso al posto della pasta; di contro nel reparto maschile, dove gli stranieri sono circa 80, si avverte l’assenza di un mediatore linguistico-culturale: «Un ragazzo del Ghana aveva un problema con l'avvocato d'ufficio, con cui non riusciva a comunicare. Aspetta ancora di parlarvi». Per questo i radicali comunicano che si rivolgeranno anche all’Ordine degli avvocati, perché il diritto alla difesa non può essere leso.

Tornando alle cifre, «dei 351 detenuti soltanto 78 scontano una condanna definitiva, tutti gli altri sono in attesa di giudizio e soprattutto di primo giudizio». Per tutti sarebbe opportuno poter lavorare nell’istituto, anche per apprendere un mestiere da utilizzare poi all’esterno: problemi di budget stanno rendendo questo genere di attività difficile soprattutto per chi vorrebbe iniziare. «In pratica - è la chiosa - la maggior parte dei detenuti è costretta a vivere nell'ozio. Questo è forse uno dei problemi più gravi del carcere e di piazza Lanza».

Infine i radicali sottolineano la necessità «di un' area verde per i colloqui dei detenuti con i figli minorenni». Purtroppo le caratteristiche dell’istituto non favoriscono tale intervento ed è probabile che nulla di più, sotto questo profilo, sarà fatto. In ogni caso, a breve, sarà pronto un dossier che verrà presentato al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e anche al nuovo ministro della Giustizia.

Da Rita Bernardini non mancano i complimenti alla direzione per quanto realizzato nella struttura, anche a costi contenuti: «Abbiamo visitato questo carcere in periodi in cui i detenuti erano 600, ma pure gli attuali 351 sono parecchi. Tanto più che ci sono delle sezioni chiuse in ristrutturazione. Questo istituto, per poter svolgere la propria funzione, deve tornare a quella che è la capienza regolamentare che si stabilì in origine e con cognizione di causa: questo consentirebbe veramente una vita diversa per gli ospiti della casa circondariale. A cominciare dal lavoro, oggi garantito a un'estrema minoranza».

«Per non parlare dello studio - prosegue - Sapere che tanti giovani passano il tempo nell'ozio, senza poter magari studiare, è un delitto. Poter avere un diploma è fondamentale per questi ragazzi e ci faremo carico come Partito radicale di segnalare almeno due o tre casi di detenuti che hanno chiesto anche di spostarsi in altre regioni pur di poter studiare. Se uno che è entrato in galera per aver commesso un reato manifesta questa volontà, beh, facciamolo studiare: se lo teniamo qua ancora per anni, in queste condizioni, è chiaro che uscirà peggiore».

«L’altro dato positivo che volevo sottolineare - chiude la Bernardini - è l’apertura al volontariato che ha questo istituto. In altre carceri il volontariato è un fastidio e si tende ad allontanarlo, perché significa persone in più che entrano in carcere, con la conseguente attivazione di procedure necessarie per la sicurezza. Invece in piazza Lanza no: si organizza il cineforum e alla fine ci si mette a parlare con i detenuti, che è quello di cui hanno bisogno».

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