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Cronaca

Minacce, intimidazioni e rischio sequestro: Catania non è più un porto sicuro per la nave Aquarius

Di Redazione

CATANIA -  Dal telefono satellitare della Sos Mediterranèe la voce di Alessandro Porro arriva un po’ intermittente. Ma chiara, tanto chiara quanto accorata. Preoccupata, anche. Inevitabilmente. Alessandro fa parte dell’equipaggio che stamattina a bordo della nave Aquarius approderà a Marsiglia. Non più a Catania, dunque, la sosta tecnica della nave su cui opera il personale di Medici Senza Frontiere per le operazioni di Search and rescue (ricerca e salvataggio) nel Mediterraneo. Perché, chiediamo ad Alessandro.

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«Perché, purtroppo, il clima in Italia è davvero cambiato. Siamo bersaglio di attacchi, accuse, una campagna che ha provocato conseguenze incredibili e di grande pericolo».

E’ una bruttissima storia quella che si portano dietro da settimane donne e uomini dell’Aquarius, perché da quando la nave di Sos Mediterranèe è diventato, gioco forza, simbolo di chi vuol salvare i migranti che attraversano il mare in condizioni di estrema precarietà contro chi, prima di pensare al salvataggio, vuol difendere i confini, sull’ong si sono scatenati attacchi inimmaginabili.

«Non solo gli attacchi pubblici che abbiamo letto e sentito - dice Alessandro Porro - ma anche minacce, intimidazioni, lettere minatorie inviate alle nostre sedi, ai nostri recapiti. Tantissime a Sos Italia. Una situazione, come si può comprendere, molto delicata e che non fa stare nessuno tranquillo. Noi, ovviamente, continuiamo le nostre operazioni, le nostre missioni, ma qualcosa siamo stati costretti a modificare nei piani operativi».

Intanto il porto che ha rappresentato in questi anni l’approdo logistico dell’Aquarius, cioè Catania. I catanesi erano ormai abituati a vedere nelle banchine del porto quella nave con le fiancate arancioni che spiccavano nel riflesso del mare. Alessandro non ha nessuna voglia di scherzare, getta lì una mezza battuta, amarissima: «Forse non piace quel che facciamo perché c’è quell’arancione così forte, chissà».

E, allora, addio Catania? Perché? «Francamente perché non ci sentiamo più al sicuro, non ci sentiamo garantiti. Non possiamo rischiare il sequestro della nave, voglio dire, perché dobbiamo proseguire con le nostre missioni che servono a salvare le vite di donne, uomini, bambini, che sono nelle mani di trafficanti senza scrupoli».

Sostanzialmente non ci sarebbe al momento, anzi non c’è, un rischio concreto che l’Aquarius possa essere sequestrata dalle autorità italiane, ma, lo stesso, per l’ong in questo momento bisogna essere molto prudenti, evitare azioni che possano mettere in moto reazioni che potrebbero compromettere le missioni della nave. Certo, se per uno scalo tecnico devi finire a Marsiglia, quando sai che la gente muore da tutt’altra parte...

«E’ così. Per arrivare sin qui abbiamo impiegato tre giorni e mezzo di navigazione - spiega ancora Alessandro Porro - dallo spazio di mare Sar in cui ci trovavamo. Per tornare in quell’area serviranno, ovviamente, altri tre giorni e mezzo in mare, tutto tempo perduto, energie sprecate, mentre gli sbarchi continuano, il traffico di esseri umani non si arresta, i migranti continuano a subire i trattamenti disumani che ci raccontano ad ogni salvataggio effettuato in mare. Avevano chiesto di fare la sosta tecnica a Malta, ma ci è stato vietato».

Clima pesante, aria irrespirabile. L’obiettivo del governo italiano è dichiarato: zero ong nel Mediterraneo. La domanda che segue è naturale: senza quelle navi, diminuiranno gli sbarchi? Il dopo Mare Nostrum è stato un disastro, con migliaia di morti seguiti all’interruzione di quel programma umanitario. E ora?

«Ora si rischiano altre migliaia di morti, soccorsi che potrebbero viaggiare con ritardi che rischiano di compromettere tutto. Noi siamo qui, comunque e, lo devo dire, pensiamo anche con un po’ di nostalgia a Catania. Città che ha mostrato sempre un grande cuore, una straordinaria accoglienza. E invece oggi siamo qui. A Marsiglia. Peccato».

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