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Mafia, ultima sfida della Borsellino: camera ardente vicino ex villa Riina

In ossequio alle sue volontà, la bara della sorella minore del magistrato ucciso nel '92 è stata portata in una stanza del bene confiscato assegnato al Centro studi intitolato al fratello e da lei fondato: non distante, c'è la casa dell'ex "capo dei capi" ora trasformata in caserma dei carabinieri

Mafia, ultima sfida della Borsellino: camera ardente vicino ex villa Riina

PALERMO - La bara è lì, a pochi passi dalla villa in cui abitò Totò Riina, nel complesso di via Bernini 52 che ora ospita il Centro Paolo Borsellino (ucciso dalla mafia nel 1992), la cui denominazione completa è «Casa della memoria operante», nome scelto da Rita Borsellino, morta ieri a Palermo all'età di 73 anni. La bara è lì in ossequio alle sue volontà ed è una sfida, l’ultima lanciata alla mafia dalla sorella minore del magistrato ucciso il 19 luglio di 26 anni fa in via Mariano D’Amelio. Oggi e domattina, fino al funerale che si svolgerà alle 11, questa costruzione (nella foto, ndr) circondata dal verde ed edificata - insieme a un’altra dozzina in quell'area - dai costruttori preferiti dal capo dei capi, i fratelli Gaetano e Pino Sansone, ospita la camera ardente. Nella villa confiscata, lo scorso 3 gennaio fu aperto il Centro, e ancor prima nel complesso residenziale si erano trasferiti gli uffici dell’Ordine dei giornalisti e una stazione dei carabinieri.

In questa porzione di Palermo diventata un fortino dell’antimafia, nonostante agosto, il più distratto dei mesi, è un via vai di amici, politici, cittadini accolti da Claudio, Cecilia e Marta, i tre figli di Rita Borsellino che lo scorso febbraio hanno perso anche il padre. La gente porta un fiore o lascia un messaggio davanti alla bara della donna che «ha raccolto l’insegnamento del fratello Paolo, diventando testimone autorevole e autentica dell’antimafia e punto di riferimento per legalità e impegno per migliaia di giovani», ha detto il capo dello Stato Sergio Mattarella.

L’ultima apparizione pubblica di Rita Borsellino risale allo scorso 19 luglio, in via D’Amelio. Dopo le denunce della nipote Fiammetta, la figlia di Paolo, che nel 2017 parlò di «25 anni di schifezze e menzogne» riferendosi ai quattro processi che non hanno ancora portato a nulla, il 2018 doveva essere per Rita Borsellino l’anno risolutivo, il tempo per porre fine a quella cascata di «coriandoli di verità, un tema carnascialesco». Non è andata così.

Il suo impegno è stato multiforme e nel 2006, dopo dieci anni come vicepresidente di Libera, l’associazione antimafia fondata da don Luigi Ciotti, si è candidata per il centrosinistra alla presidenza della Regione siciliana: perse la sfida con il governatore uscente Salvatore Cuffaro, che fu rieletto ma che due anni dopo dovette dimettersi perché accusato di aver favorito la mafia: sarà condannato a 7 anni di carcere.

Eletta europarlamentare nel 2009 nella lista del Pd, tre anni dopo si candidò alle primarie per sindaco di Palermo ma venne sconfitta d’un soffio da Fabrizio Ferrandelli, che poi perse la sfida fratricida con Leoluca Orlando. Nel 2012, alle regionali siciliane, Pd e alleati candidarono ed elessero Rosario Crocetta. Tra gli assessori del neo governatore c'era Lucia Borsellino, figlia di Paola. In quelle stesse elezioni Rita Borsellino sostenne Giovanna Marano, candidata di un pezzo della sinistra che sfidava Crocetta. Il rapporto col Pd, cautamente iniziato, si chiudeva lì.

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