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Cronaca

Etna in eruzione e regna l'anarchia: due versanti, 2 misure di sicurezza

Di Francesco Vasta

CATANIA - «Ma l’Etna non era in eruzione?». Se lo chiede un ignaro turista mentre sul proprio smartphone vede scorrere immagini secondo qualcuno surreali: un gruppo di escursionisti siede sull'orlo del cratere di nord-est, la vetta del Vulcano che da qualche giorno si è ridestato con boati e colate di lava. Non un’eruzione violenta, e peraltro tutta perlopiù concentrata sul cratere di sud-est, altro versante rispetto a quello del video girato lunedì scorso.

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Ma gli interrogativi è comunque difficile metterli da parte. Perché ancora una volta il caos istituzionale cui l’Etna, suo malgrado, deve soggiacere ha prodotto modi differenti di gestire la sicurezza dello stesso evento eruttivo. Da una parte, a sud, il sindaco di Nicolosi Angelo Pulvirenti aveva prima bloccato l’accesso alla montagna a quota 2.700 metri, salvo lunedì riportarlo a quota 2900, ai piedi della bocca in attività, con obbligatoria presenza di una guida vulcanologica.

Dall'altra parte del Vulcano, a nord, il sindaco di Linguaglossa Salvatore Puglisi ha fermato le escursioni autonome a quota 2800, estendendo però l’obbligo di guida fino sopra ai crateri. In mezzo ci sono le altre parti della zona sommitale, di competenza di altri 9 diversi Comuni, dove finora, stando agli albi pretori, dai vari sindaci nessuna ordinanza di interdizione dei territori montani è stata varata: dunque al momento l’impavido escursionista che volesse spingersi in Valle del Bove o ai piedi del fronte lavico potrebbe farlo senza che ci sia neppure un pezzo di carta che dica il contrario. Paradosso nel paradosso è che tutte le parti in causa, in modo o nell'altro, hanno agito in modo del tutto lecito.

«L’allerta della Protezione civile è verde, abbiamo così deciso di chiudere i crateri ma anche dando alle guide la possibilità di valutare fino a dove spingersi, considerando anche che l’eruzione è concentrata a sud», spiega il sindaco di Linguaglossa, Puglisi. In effetti il bollettino del 24 agosto parla chiaro: l’allerta è verde e solo alla voce “scenari di impatto locale” prescrive la fase operativa “Attenzione”, un gradino sopra il verde e solo per l’area centro-orientale della zona gialla, cioè da 2.000 metri in su. Fino a qualche giorno fa, però, era il cratere a nord a prodursi in lanci di bombe vulcaniche e boati.

«Il nodo in realtà è la grande confusione su chi deve prendere le decisioni, si finisce poi ad agire in ordine sparso – aggiunge Puglisi - mentre servirebbe un unico soggetto, un unico modo di vigilare sull'Etna e regolare la sicurezza dell’accesso in quota».

Chi da tempo ripete lo stesso concetto è il geologo Carlo Cassaniti. In veste di esperto del Comune di Nicolosi, era stato lui a ideare nel 2016 e dar seguito nel 2017 al coordinamento dei sindaci della zona sommitale per il versante sud: procedure formalizzate da un protocollo per uniformare le ordinanze, agire in maniera tempestiva e superare così il problema dell’Etna diviso in tanti spicchi quanti sono i suoi campanili. Tutto però si è arenato: «Senza la volontà politica non si va da nessuna parte, nel frattempo sull'Etna c’è un’anarchia dove si mischiano responsabilità e anche interessi», commenta l’esperto. I sindaci, d'altronde, non lo nascondono. Su di loro, autorità locali di protezione civile, ricadono vari tipi di pressioni: dal business delle escursioni agli ambientalisti che non vogliono l’Etna ingessata. Ad andarci di mezzo ci si augura che non sia, ancora una volta, la sicurezza di tutti.

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