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Processo Trattativa, per l'ex ministro Mancino l'assoluzione è definitiva

La Procura di Palermo non ha presentato ricorso: nei confronti dell'ex capo del Viminale aveva chiesto sei anni per falsa testimonianza

Processo Trattativa, per l'ex ministro Mancino l'assoluzione è definitiva

Fu l’unico assolto in primo grado. "Sono stato sempre fiducioso nella giustizia, ma per me è la fine di una enorme sofferenza», disse ai suoi legali dopo la lettura della sentenza che lo dichiarava innocente.

Oggi, a cinque mesi dal verdetto, Nicola Mancino, ex ministro democristiano, esce definitivamente dal processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui rispondeva di falsa testimonianza. Sorte diversa hanno avuto i suoi coimputati, ufficiali del Ros come l’ex capo del Ros Mario Mori, Marcello Dell’Utri, capimafia come Leoluca Bagarella e Massimo Ciancimino, condannati a pene pesantissime.

Né la Procura di Palermo, che per lui aveva chiesto la condanna a 6 anni, né la Procura generale, che dovrà sostenere l'accusa in appello, hanno impugnato l’assoluzione che, a questo punto, scaduti i termini per il ricorso, diventa definitiva.

Quella di Mancino per i pm era l’unica posizione impugnabile viste le condanne di tutti gli altri imputati, fatta eccezione per il pentito Giovanni Brusca, grande accusatore dell’ex ministro. Ma la Procura ha scelto di non andare avanti.

L’imputazione per cui l’ex politico era finito a giudizio era l'avere mentito davanti ai giudici che processavano il generale Mario Mori per favoreggiamento al boss Bernardo Provenzano. Per i pm Mancino aveva detto il falso, negando che l’allora Guardasigilli Claudio Martelli, già nel '92, gli avesse accennato ai suoi dubbi sull'operato dei carabinieri di Mori e sui suoi rapporti con l’'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Per l'accusa tentativi di dialogo poi sfociati nella trattativa messa su per fermare le stragi in cambio di sconti sul carcere duro e impunità per boss come Bernardo Provenzano. «Non ne abbiamo mai parlato», ha sempre detto Mancino, smentendo il collega di governo. «E non capisco perchè tra me e Martelli si debba credere a lui».

In effetti sulla discordanza tra le testimonianze un tribunale si era già pronunciato, sollevando dubbi forti sulla ricostruzione dell’ex Guardasigilli. Ma questo ai pm non era bastato. E al processo, al di là della contestazione formale legata alla presunta falsa testimonianza, Mancino era passato per uno morbido coi clan messo alla guida del Viminale negli anni delle stragi perchè fautore di una linea più soft verso la mafia rispetto al suo predecessore Vincenzo Scotti. Il pentito Giovanni Brusca l’aveva addirittura definito il «terminale finale del papello», il biglietto con le richieste del boss Totò Riina allo Stato per fare cessare le stragi.

Accuse infamanti hanno spinto Mancino anche a gesti «scomposti». Come le telefonate fatte sul consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio per evitare il confronto in aula con Martelli. Quelle conversazioni vennero intercettate e usate come prova del timore di Mancino nell’affrontare davanti al tribunale l’ex collega.

E sotto intercettazione finirono anche le sue conversazioni con l’allora Capo dello Stato Napolitano, ritenute irrilevanti per l’inchiesta e distrutte dopo un drammatico scontro istituzionale tra il Colle e la Procura di Palermo.

Con l’uscita di scena di Mancino e l’assoluzione, almeno in primo grado dell’altro politico coinvolto, l’altro democristiano Calogero Mannino, viene meno però un tassello importante della ricostruzione dei pm: quello delle coperture politiche che avrebbero garantito i carabinieri del Ros nel portare avanti il dialogo con i boss. E la storia processuale, morti gli altri politici dell’epoca rimasti peraltro sempre sullo sfondo, racconta di una trattativa condotta da tre ufficiali dell’Arma capaci di condizionare la politica dello Stato nel contrasto a Cosa nostra.

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