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Dalla natia Dakar alla "fera 'o luni"
ecco l'integrazione tra le bancarelle

La storia di Aida nel racconto - in un libro - di una ricercatrice. E la vendita di bigiotteria a Portopalo, Gela, Noto, Vittoria e Catania si fa strumento d'indagine non solo dei mercati pianta e spianta siciliani

Dalla natia Dakar alla "fera 'o luni"ecco l'integrazione tra le bancarelle

È la storia di Aida Fall, una donna senegalese in Sicilia, ma è anche una indagine sui meccanismi (distorti) dei mercati pianta e spianta dell’Isola e non solo. È la storia di uno spirito libero che si batte per i diritti di tutti gli immigrati, ma anche la cronaca dell’elezione, a Catania, del primo rappresentante straniero in Consiglio comunale. È questo e molto altro “Al mercato con Aida” (Carrocci editore, 2018), il lavoro della dott. Brigida Proto, ricercatrice in Politiche pubbliche del territorio all'Università di Venezia. Un curriculum di tutto rispetto per la studiosa catanese che ha condotto ricerche etnografiche su migrazione e welfare locale e anche sulla sicurezza urbana, trascorrendo lunghi periodi all'estero.

E anche in questo caso, la socio-antropologa non ha osservato da lontano Aida e le altre, ma, come scrive lei stessa, si tratta di «un racconto del Sud e dal Sud, basato su una indagine etnografica condotta da due donne». Insomma, per più di un anno Brigida ha affiancato Aida (con una «osservazione partecipante») nel suo lavoro diuturno, da primavera ad autunno inoltrato, nella vendita di bigiotteria a Portopalo, Gela, Noto, Vittoria, Catania, ma anche Reggio Calabria. Condividendo le sue battaglie e i disagi logistici, le sue lotte con la burocrazia e le prepotenze di clienti, colleghi e istituzioni e anche la forza e l’ironia della femminilità senegalese con cui la donna porta avanti la sua attività e la sua vita. I mercati, per cominciare. «Spazi di resistenza - annota la studiosa in premessa - alla crisi economica in Italia».

Così, mentre in 10 anni, dal 2008 al 2018, sono spariti nei centri storici siciliani almeno 62mila negozi, si sono moltiplicati i commercianti ambulanti. Passati dai 15mila del 2002 ai 21mila del 2017. Più del 50% di loro sono stranieri. E proprio dalla parte degli stranieri, come Aida, la protagonista, si muove l’indagine condotta dal libro. E per lei, come per i suoi colleghi, il mercato non è solo il front-stage della vendita, ma anche e soprattutto il backstage «fatto di tutti quei circuiti che le ostacolano e la favoriscono: i colleghi italiani a volte sbruffoni e invadenti a volte solidali; i colleghi stranieri più timorosi a cui spesso Aida restituisce la voce, i grossisti cinesi che vendono rigorosamente senza fattura, i tanti interlocutori, istituzionali e non, fra funzionari comunali, mediatori, organizzatori, che ruotano attorno alla gestione del commercio sulle aree pubbliche. Che vive - l’indagine lo dimostra - fra poche regole e molte discrezionalità. Al di là del versamento di tasse e al di là di ogni graduatoria, ogni mercato ha le sue regole che ora privilegiano i residenti, ora cancellano e/o ridisegnano gli stalli secondo antipatie e simpatie se non in base a interessi economici».

In questo quadro si muove Aida, senegalese di Dakar, dove torna ogni anno per alcuni mesi, e nomade per vocazione: divorziata, una figlia grande che studia all'estero, lasciato un impiego al ministero dell’Interno e l’attivismo politico e sociale, a 34 anni la donna decide di inventarsi una nuova vita all'estero. Prima Parigi, poi sceglie la Sicilia, Catania. Qui vive in un cortile del centro storico e qui costruisce la sua attività che la porta a muoversi dove c’è un mercato. Avvicinandosi anche alla sede catanese dell’associazione senegalesi di Catania. Di donne ce ne sono poche allora, 59 su 337 presenze (ora sono 130). A tessere i rapporti dei senegalesi con il territorio è comunque un’altra donna, catanese, Cettina Monsone, figlia di quella donna Sarina, commerciante di San Berillo che, negli Anni Settanta, aiutava e favoriva in ogni necessità i primi spaesati immigrati senegalesi a Catania.

Aida non vuole solo vendere la sua bigiotteria; vuole inserirsi in quel mosaico disordinato e complicato che sono i mercati e lo vuole fare non rinunciando alla sua identità. Alla ricercatrice chiede insistentemente: «Perché non pensi che lo straniero abbi a qualche cosa da dire? Perché non lo ascolti? Forse ha una esperienza che può aiutare? Perché non usi e valorizzi l’esperienza dello straniero?».

Parte così l’indagine “cooperante” fra due donne intelligenti e curiose. Che partono all’alba, “armi e bagagli” verso Vittoria. Dove Aida di fa sentire con i vigili: «Dobbiamo stare zitti e lavorare per mangiare. Io ho chiesto un cambiamento di posto e non me lo danno. Ai vittoriesi lo danno subito». E dove ai margini dei resti dell’Emaia, i commercianti ambulanti vengono lasciati nottetempo soli e senza neanche i servizi igienici. E poi a “fera ’o luni” di piazza Carlo Alberto a Catania, che Aida frequenta per rifornirsi di merce. In cui gli stranieri regolari non entrano, mentre gli stalli, ufficialmente 739 al loro ultimo riordino che risale al 1994 sono molto più di mille. Così, mentre per i venditori stranieri regolari il Comune appronta mercatini etnici lontano dal centro, come accadde al Passiatore, poi abbandonato anche da chi aveva pagato, come Aida, in piazza Carlo Alberto si moltiplicano le bancarelle irregolari ai cui margini si adattano gli irregolari stranieri. Illegali, venditori di merce contraffatta, a volte violenti, sempre al centro della cronaca, sempre allontanati malamente.

Un problema che Aida cerca di affrontare con le istituzioni. Prendendo la parola nelle affollate assemblee che si tenevano alla Cgil di Catania, tentando di coinvolgere la Confcommercio con un patronato multietnico, dialogando con la task force costituita da Prefettura, Questura e Comune di Catania per la formulazione di un piano di regolarizzazione del commercio di aree pubbliche. Tutti progetti abortiti anche se, annota la studiosa, «Aida mantiene la sua posizione… L’unico modo per difendere i diritti di chi vive alla frontiera fra mondi diversi, senza la certezza del proprio status giuridico, è quello di cooperare e negoziare con le istituzioni».

E poi il mercato della Rotonda di Gela, prima aperto e poi vietato ai non residenti e l’accoglienza ambivalente del mercato in un’altra area. E Portopalo dove le discriminazioni passano dalla difficoltà di trovare un alloggio per i lunghi giorni di fiera: il mercato immobiliare è in mano a pochi che dettano le loro regole. Poi il ritorno a Gela fra sindacalisti ambigui e poi Reggio Calabria per la grande rassegna della Madonna della Consolazione, dove, nella Fiera ormai commissariata come il Comune, per mafia, Aida rivendica quel posto per il quale ha puntualmente pagato. Dopo uno scontro acceso, compaiono nuovi stalli disegnati con lo spray…

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