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Mafia a Paternò: Assinnata si pente e la moglie lo molla

Giuseppa Laudati ha preso pubblicamente le distanze dal marito Domenico junior, figlio del boss Turi e torna in città: «Mi voglio separare»

Mafia a Paternò: Assinnata si pente e la moglie lo molla

Paternò. Scegliere da che parte stare. Cosa non sempre facile, soprattutto quando sei chiamato a stravolgere la tua vita. Domenico Assinnata junior, figlio del boss Turi Assinnata e detentore del potere criminale della famiglia paternese fino all’arresto, ha deciso di cambiare strada. Come annunciato nei giorni scorsi, il possibile futuro leader del gruppo criminale, vicino alla cosca catanese dei Santapaola-Ercolano, ha deciso di collaborare con la giustizia, andando ad allargare le fila degli altri uomini che stanno fornendo ai magistrati elementi utili per ricostruire l’organigramma della mafia a Paternò e nel comprensorio.

Una scelta non condivisa, però, dalla moglie Giuseppa Rachele Laudani che attraverso una lettera, fatta inviare dal suo avvocato Carmelo Lo Presti, smentisce quanto affermato nei giorni scorsi da alcune testate giornalistiche e cioè che non ha mai seguito Domenico Assinnata junior in una località segreta, insieme al figlio, per restare con il marito; anzi, la donna annuncia che ha deciso di lasciarlo, avviando le pratiche della separazione.

In realtà Giuseppa Laudani, figlia di Erminio Laudani, uomo che insieme a Domenico Assinnata deteneva le fila delle attività illecite del clan e finito dietro le sbarre anche lui con l’operazione “Assalto”, in un primo momento, insieme al figlio, ha seguito il marito. Siamo a fine settembre. In città la notizia si diffuse rapidamente. Poi, qualche settimana fa la svolta, la donna è rientrata a Paternò. Dalle forze dell’ordine nessuna conferma sulle notizie. Resta il totale silenzio. Poi l’annuncio della conclusione delle indagini preliminari legate all’operazione “Assalto” svelano ciò che era rimasto per tanto tempo solo una voce: Domenico Assinnata junior ha deciso di collaborare con la giustizia.

E’ bastato l’annuncio sui giornali per creare attorno a Domenico Assinnata il vuoto, almeno nei rapporti con la famiglia che si era costruito. Cosa l’abbia portato a decidere di collaborare con la giustizia e che peso avranno le sue dichiarazioni non è chiaro. Si deve ancora attendere. Si spera possano essere un concreto contributo per l’affermazione della verità e della legalità sul territorio. Domenico Assinnata junior, divenuto famoso in tutta Italia per l’inchino di due cerei nei giorni della festa della Santa Patrona della città nel 2015.

Strano caso della vita. Proprio nei giorni in cui a Paternò c’è Giovanni Impastato, fratello di Peppino, per incontrare la città e gli studenti, per parlare di legalità, arriva la notizia di una donna che volta le spalle al suo uomo e decide di seguire un’altra strada. Pochi effettivamente possono avere il coraggio, l’alto senso civico di Peppino che ha ripudiato la mafia, il padre mafioso e tutti gli esponenti della sua famiglia vicini alla mafia per seguire a testa alta la strada della legalità. Peppino nel dire no alla mafia è morto. La sua morte, però, non è una sconfitta. La sua storia, come quella dei tanti altri che nel dire no alla mafia sono stati uccisi, sono un esempio di vita. Uomini e donne resi immortali che hanno acceso una fiamma dentro tantissime altre persone nel voler seguire la via della legalità: magistrati, giornalisti, avvocati, semplici cittadini. La legalità non è la strada sbagliata ma è quella che ti porta a rendere la società migliore. E’ la strada degli altruisti, di chi lavora per il bene comune contro l’interesse privato, è l’impegno concreto, costante e quotidiano. Collaborare con la giustizia non è aver imboccato la strada del disonore ma è l’aver preso la corretta via, quella che ti porta ad avere anche rispetto di te stesso.

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