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Blitz antiterrorismo in Sicilia, parla il "pentito": «Rischiate invasione di kamikaze»

L'operazione della Dda di Palermo si è avvalsa della collaborazione di un ex jihadista che ha permesso di risalire all'uomo che reclutava seguaci

Blitz antiterrorismo in Sicilia, parla il "pentito": «Rischiate invasione di kamikaze»

PALERMO - «Vi sto raccontando quello che so perché voglio evitare che vi troviate un esercito di kamikaze in Italia». Ecco quanto dice il tunisino Arb Ben Said, il "pentito" della Jihad che da qualche tempo collabora con i magistrati e che ha permesso di fare luce su una tratta di migranti dalla Tunisia collegata ad ambienti terroristici. L’operazione, condotta dai Ros dei Carabinieri e coordinata dalla Dda di Palermo, ha portato al fermo di 15 persone accusate di terrorismo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il provvedimento è firmato dal Procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti procuratori Gery Ferrara e Claudia Ferrari.  

«I clandestini normali - ha ricostruito il tunisino "pentito" - pagano 5.000 dinari tunisini mentre le persone che sono ricercate in Tunisia, per vari reati compreso il terrorismo, pagano da 10.000 dinari in su».

«Nel viaggio per la Sicilia insieme a me c'erano altri dieci clandestini, solo uomini, tutti tunisini e all’interno dello scafo c'erano anche 20 scatole di sigarette di contrabbando. - ha raccontato - Quella notte, dopo essere sbarcato ed essermi immediatamente allontanato sono andato a Marsala. Pochi giorni dopo, in un bar del centro ho incontrato un mio connazionale di nome Monji Ltaief e ho appreso che era al servizio di un soggetto di nome Fadhel conosciuto anche come Boulaya per via della sua barba molto folta. E' ricercato in Tunisia per aver sparato a personale della guardia costiera tunisina e per tale motivo avrebbe da scontare ventuno anni di carcere in quel Paese e per quanto mi è stato detto nel 2011, nel corso della rivoluzione tunisina, sarebbe evaso».

«Il mio amico - ha aggiunto - si occupa di organizzare i viaggi di almeno tre o quattro gommoni che fanno la spola tra l’Italia e la Tunisia - da località, variabili in prossimità di Mazara del Vallo ed anche da Marsala - con partenze organizzate ogni volta che il meteo lo consente. Come nel mio caso, i gommoni trasportano clandestini e tabacchi nell’ordine di circa dieci clandestini e 20/50 scatole di sigarette per viaggio».

«Una volta - ha detto - un gommone è riuscito a scappare e a bordo c'erano anche tre "barboni" indicati come terroristi; nel giugno del 2016 ho incontrato un tunisino di nome Ahmed e so per certo che è ricercato in Tunisia per terrorismo ed è arrivato in Italia da qualche mese. Attualmente dovrebbe vivere a Palermo insieme a suo fratello più giovane e ad una ragazza di nome Ameni, forse tunisina. Ha aiutato diversi terroristi a espatriare  verso l’Italia e per questo motivo - ha spiegato - ritengo che sia egli stesso un terrorista».

L’inchiesta, grazie alle dichiarazioni del pentito si è focalizzata quindi uno dei capi dell'organizzazione e sulle sue posizioni radicali pro Daesh: «Infatti - dicono gli inquirenti - le attività d’indagine, effettuate anche attraverso un mirato monitoraggio di alcuni profili social, hanno permesso di verificare che uno degli indagati, oltre a svolgere mansioni direttive del sodalizio e a custodirne la “cassa comune”, gestiva, mediante lo strumento informatico, una intensa attività d’istigazione e di apologia del terrorismo di matrice islamista, inserendosi nel network globale della propaganda e promuovendo gli efferati messaggi dell’organizzazione terroristica Daesh».

I "mujaheddin virtuali" «sono - secondo gli investigatori un formidabile strumento di radicalizzazione delle masse e propaganda dei dettami del terrore di matrice islamica». L'uomo arrestato dai Ros, «operando in perfetta coerenza con le attuali caratteristiche della cosiddetta “Jihad 2.0” - dicono gli inquirenti - si adoperava per la diffusione e condivisione tramite social network di documenti e di materiale video-fotografico volti al proselitismo e alla promozione dello Stato Islamico».

«L'uomo, risultato in grado di sollecitare i fruitori dei messaggi alla condivisione dei macabri ideali promossi dalla rete globale del terrorismo, ha perpetrato la condotta apologetica ed istigatrice tramite una pluralità di fittizie identità virtuali, al fine di tentare di sfuggire ai consueti strumenti di controllo», dicono ancora gli investigatori.

«Attraverso i vari profili riconducibili all’indagato, oltre alla diffusione dei descritti efferati messaggi, erano chiaramente esaltate le più crudeli attività terroristiche condotte in Tunisia, Iraq, Siria, Medioriente, Europa e Stati Uniti, così come erano curati i contatti con altri profili di altri utenti impegnati nella promozione delle medesime attività terroristiche - spiegano i pm -In questo contesto, la pericolosità del sodalizio investigato era altresì esponenzialmente amplificata in ragione del fatto che i proventi custoditi nella “cassa comune” dell’organizzazione potevano anche essere utilizzati per fini diversi rispetto a quelli strettamente connessi alle attività delittuose perpetrate dalla associazione criminale transnazionale».

Le risorse economiche «venivano infatti in parte occultate in proprietà immobiliari e in altra parte depositate in banche tunisine su conti fittiziamente intestati a soggetti residenti in Tunisia, circostanza questa che, per quanto emerso grazie alle intercettazioni svolte, avrebbe suscitato l’attenzione del Battaglione Anti-Terrorismo Tunisino il quale starebbe svolgendo delle investigazioni volte ad accertare la finalità di sospette operazioni finanziarie che vedrebbero coinvolto uno degli odierni fermati».

Ma l’organizzazione criminale scoperta dalla Dda di Palermo «dopo alcuni interventi repressivi subiti sia in Tunisia che in Italia, si è sempre dimostrata in grado di rigenerare la propria struttura logistica attraverso l’acquisizione di nuovi recapiti cellulari fittiziamente intestati a terzi e da destinare alle comunicazioni riservate tra gli associati, il reperimento/acquisto di nuovi potenti natanti off-shore da utilizzare per gli illeciti servizi di trasporto e il ripristino dei canali di commercializzazione dei tabacchi contrabbandati dalla Tunisia, attività questa ultima operata con la preziosa collaborazione di fedeli sodali palermitani».

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