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Spostare Fleri, la pazza idea della “new town” che piace a pochi

Cronaca

La pazza idea del dopo terremoto dell'Etna «New town per spostare Fleri dalla faglia»

Di Francesco Vasta

CATANIA - Chiudere Fleri e spostarla da un’altra parte. Quasi una provocazione, se l’idea che il governo nazionale comunque ha messo sul tavolo, venisse effettivamente declinata in tal senso. Una “new town” ai piedi dell’Etna, al momento placatasi dopo i botti di fine 2018 e il terremoto del 26 dicembre, al posto della frazione di Zafferana costruita su una delle faglie sismiche più attive del vulcano. Delocalizzazione. Lo scenario è solo tratteggiato, ipotizzato, neppure discusso se non in alcune stanze romane fra Palazzo Madama e Palazzo Chigi. Quasi un tabù, per tecnici e politici al lavoro, perché è troppo alto il timore di irrigidire una popolazione già col morale più che sprofondato. E perché, di certezze tecniche sulla fattibilità di una simile operazione, non ne esistono ancora.

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Gli unici dati concreti stanno, da una parte, sull’impatto del terremoto di Santo Stefano su edifici e sfollati; dall’altra, negli studi geologici su un territorio ciclicamente squassato da sismi localizzati e violenti. Non c’è solo il 2002 e soprattutto il 1984, il terremoto subito rievocato mentre a Fleri crollava per la seconda volta in 34 anni la chiesa del paese. Nelle ultime settimane si è risalito anche alle memorie sul sisma di San Giuseppe, marzo 1952, trovando similitudini incontestabili nel tipo di danni registrati e nell’estensione della zona colpita. Con tutto ciò la ricostruzione delle frazioni di Zaffernana (Fleri, Poggiofelice e Pisano) deve necessariamente fare i conti. Calogero Foti, dirigente della Protezione civile regionale e commissario delegato per la ricostruzione, getta acqua sul fuoco, ma si lascia andare a un pensiero di buon senso: «Al momento non si sta parlando di delocalizzazione. Ritengo però che nuove costruzioni in quell’area non ce ne debbano poter essere, è una cosa diversa. La chiesa di Fleri fu ricostruita accanto quella crollata, chiaro che se si costruisce su un campo di frattura il risultato è quello di oggi». La Regione, sulla scelta, non ha responsabilità dirette, ma Foti una rassicurazione la fa: «Tutto ciò che era esistente in questa fase, per quanto ci riguarda, sarà ripristinato nella sua funzionalità. Poi bisogna attendere il decreto sulla ricostruzione del Governo nazionale».

Già, il “decretone” che orienti e finanzi la rinascita dei paesi etnei colpiti, attesissimo dagli sfollati da settimane «molto confusi», come ribadisce l’ex procuratore generale di Catania Salvatore Scalia. È lui il presidente di un Comitato cittadino nato a Zafferana e rapidamente diventato quasi il sindacato dei terremotati di Santo Stefano. Sul provvedimento lavora il sottosegretario alla Presidenza Vito Crimi, vagliando - secondo quanto trapela - la possibilità di ricalcare il dettato del decreto sisma emanato in occasione del terremoto del Centro Italia. Da capire, questi gli interrogativi degli sfollati, soprattutto se i risarcimenti saranno al 100% e se alla fine la vi comparirà la parola proibita: delocalizzazione. Non teme di scherzare col fuoco la senatrice M5s Tiziana Drago, eletta nel collegio di Acireale, e assai attiva sulla questione sisma di Santo Stefano. «Come in altre situazioni post-terremoto - esordisce la pentastellata - la delocalizzazione è sempre un’ipotesi che si tiene in considerazione. Il senatore Crimi sta coordinando il decretone e non è ancora giunto a una conclusione». La senatrice rimarca comunque il proposito di voler «evitare inutili allarmismi», tutto è ancora da vedere, ma su un punto ritorna più volte: «Chiaro è che bisogna tenere conto degli studi geologici che sono stati eseguiti e poi mettere tutto sulla bilancia». Ancora una volta, dunque, partire dalla natura incontestabilmente sismica dei luoghi per «ricostruire in sicurezza».

Cenni forse dovuti a un’altra ipotesi concretamente in campo, una sorta di delocalizzazione light di Fleri: riedificare altrove le case ubicate sulle linee di faglia. Un piano che investirebbe sicuramente l’area a monte della chiesa crollata, da via Nava fino alle colline vulcaniche retrostanti, settore percorso in lungo e in largo dalla faglia Fiandaca-Fleri. Zona che, peraltro, nel piano regolatore di Zafferana è catalogata come zona di espansione residenziale. Drago, a tal proposito, va sul generale: «Importante è sottolineare che i comuni ad alto rischio sismico dovrebbero rivedere i Prg e soprattutto i Piani di emergenza, diffondendoli alla popolazione. Il problema non è la gente che ricostruisce, il problema è che ci vuole una pianificazione che tenga conto delle conoscenze scientifiche». Cosa di cui, in effetti, Zafferana potrebbe già disporre se non fosse che lo studio geologico preliminare al nuovo Prg non è stato ancora approvato, così come l’intero strumento urbanistico.

A sentire il presidente Scalia le cautele appaiono sacrosante: «Se delocalizzare è una scelta che riguarda singole costruzioni è un paio di maniche, se si parla di delocalizzazione di un intero paese cambia tutto e penso che la gente del posto vedrebbe malissimo una cosa del genere». Difficile trovare chi sia disposto a farsi “spiantare” da Fleri pur con sufficienti garanzie per un trapianto da tutt’altra parte. «Una cosa simile – annota l’ex procuratore - l’ho vissuta nel Belice, ero sostituto procuratore a Marsala e mi occupai della ricostruzione dopo il sisma del 1968 sul piano processuale». Facile decifrare il timore del rappresentante dei terremotati dell’Etna: «Spostare un intero paese significa lasciare la gente per strada per almeno un decennio, tutto sarebbe molto complesso ». Più semplice, forse, tenere a mente che: «la faglia lì c’è sempre stata e il paese esiste da secoli, con le nuove tecniche si potrebbe vedere dove si può ricostruire e dove no».

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