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Cronaca

L'omicidio Scopelliti e la "supercupola" con mafiosi, massoni e politici

Di Redazione

REGGIO CALABRIA - Mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona unita, sin dai primi anni '80 sono governate unitariamente da un vertice segreto di invisibili di cui fanno parte, oltre ai massimi esponenti delle varie associazioni, massoni, servizi segreti deviati e politici. A dirlo sono alcuni pentiti tra i quali Gioacchino Pennino e Leonardo Messina, i cui verbali sono stati depositati agli atti del processo Gotha dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Pennino, esponente di vertice di Cosa Nostra e massone, interrogato nel febbraio 2014, disse: «mio zio Gioacchino Pennino mi confidò di essere stato latitante negli anni '60 ospite dei Nuvoletta nel napoletano. La cosa non deve sorprendere in quanto Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Sacra Corona Unita, sono da sempre unite fra loro. Sarebbe meglio dire sono una "cosa sola". Da lì mio zio, come mi raccontò, si recava in Calabria dove, mi disse, aveva messo insieme massoni, 'Ndrangheta, servizi segreti, politici per fare affari e gestire il potere. Una sorta di comitato d’affari perenne e stabile».

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E anche l’omicidio del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti, potrebbe essere stato deciso dalla super «cupola» che riunisce il gotha di tutte le organizzazioni mafiose, massoni, politici e servizi deviati per una gestione unitaria di tutte le mafie italiane. E’ l’ipotesi su cui stanno lavorando inquirenti e investigatori di Reggio Calabria che nelle scorse settimane hanno inviato avvisi di garanzia a 18 tra boss siciliani e calabresi, tra i quali il super latitante Matteo Messina Denaro.

L’avviso è stato propedeutico all’affidamento della perizia tecnica su un fucile e su alcuni involucri usati per custodire l'arma - fatta ritrovare nel catanese dal collaboratore di giustizia Maurizio Avola, «sicario» della famiglia Santapola - e che sarebbe una di quelle utilizzate per compiere l’agguato in cui il magistrato che doveva sostenere l’accusa nel maxi processo a Cosa nostra fu ucciso il 9 agosto del 1991 a Villa San Giovanni. L’incarico è stato affidato alla Polizia scientifica di Roma giovedì scorso dal procuratore distrettuale di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e dagli aggiunti Gaetano Calogero Paci e Giuseppe Lombardo. La perizia inizierà il 4 aprile nella Capitale e per i risultati occorreranno una sessantina di giorni.

Tra gli indagati, oltre a Messina Denaro, figurano i catanesi Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Vincenzo Salvatore Santapaola, Francesco Romeo e Maurizio Avola, ed i calabresi Giuseppe Piromalli, Giovanni e Paquale Tegano, Antonino Pesce, Giuseppe De Stefano, Giorgio De Stefano, Vincenzo Zito, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Santo Araniti e Gino Molinetti. Giorgio De Stefano, nel 2018 è stato condannato a 20 anni di reclusione per avere fatto parte della cupola degli «invisibili», legati ad ambienti massonici, che, secondo l'accusa, avrebbero dettato la linea strategica alle cosche sin dagli anni '70 riuscendo a coordinare le operazioni criminali non solo della 'ndrangheta ma anche delle altre mafie.

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