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Cronaca

Sistema Montante, i gialloverdi scoprono gli “errori di Stato” (e litigano sulle colpe)

Di Mario Barresi

Benvenuti sul pianeta terra. Il governo gialloverde si accorge (con mesi di ritardo) degli “errori di Stato” sul sistema Montante. E adesso la (scandalosa) mancata costituzione di parte civile al processo di Caltanissetta contro l’ex paladino della legalità confindustriale diventa un caso politico. Con grillini e Lega che litigano, rinfacciandosi le responsabilità. E tirano in ballo anche Palazzo Chigi.

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«Morra chieda a Conte», è il gran finale di ieri sera. L’ennesima frizione Carroccio-Cinquestelle si consuma sul processo di Caltanissetta. Nicola Morra, presidente M5s della commissione Antimafia, chiede conto al ministro dell’Interno Matteo Salvini della scelta “ignava” nel procedimento in corso a Caltanissetta. Morra rompe prima il ghiaccio con un’intervista al Fatto Quotidiano, poi rafforza il concetto: «È motivo di curiosità da parte della Commissione conoscere i motivi che hanno indotto il titolare del Viminale a non costituirsi parte civile in questi procedimenti. È prevista un’audizione in commissione del ministro affinché dia ragione di queste scelta politica e simbolica assai importante», dice il presidente di Palazzo San Macuto ai giornalisti, a margine della presentazione del nuovo codice sugli “impresentabili”. Aggiungendo: «Il caso Montante ha fatto capire che coloro che si presentavano come antimafia erano “pro mafia” e di certo non antimafia».

La risposta del Viminale non si fa attendere: «Il ministero voleva costituirsi parte civile nel processo ad Antonello Montante, l'ex presidente di Confindustria Sicilia arrestato lo scorso anno. E lo aveva segnalato il 12 ottobre 2018 a Palazzo Chigi, che non lo ha ritenuto opportuno e il 18 ottobre ha negato la richiesta di autorizzazione sulla base del parere contrario reso dall’Avvocatura dello Stato due giorni prima. Per ulteriori delucidazioni Morra potrà rivolgersi al presidente Conte». Morra abbozza: «Prendo atto della nota del Viminale». Ma non s’arrende: «Chiederò spiegazione a tutti i livelli istituzionali. Sentiremo dalla viva voce di Salvini e se sarà necessario interpelleremo anche altri. Cercheremo di capire e ognuno di noi si farà le sue ragioni».

I processi sul cosiddetto “sistema Montante” sono due: uno con rito abbreviato e uno con rito ordinario; 23 gli imputati con l’accusa di aver fatto parte - con ruoli diversi - di una sorta di rete di spionaggio messa in piedi dall’ex leader di Confindustria Sicilia, per ottenere informazioni sulle indagini a suo carico. I procedimenti vedono coinvolti soggetti che fanno parte o hanno fatto parte di apparati statali: tra questi, l’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito, il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, Andrea Grassi, ex dirigente dello Sco; e poi l’ex presidente del Senato Renato Schifani, imprenditori del settore sicurezza, esponenti dell’Arma e della Guardia di finanza.

Tra gli imputati anche Andrea Cavacece, capo reparto dell’Aisi: è stato l’ultimo imputato rinviato a giudizio e comparirà il prossimo 29 aprile assieme a 16 del rito ordinario. Dove si annuncia battaglia oper la richiesta della Procura di inserire fra i testi alcuni pentiti di mafia, con gli avvocati difensori in trincea contro un’eventuale decisione che riaprirebbe un “file” molto delicato come quello dei presunti rapporti di Montante con esponenti di Cosa Nostra, dal quale ebbe origine il fascicolo per concorso esterno.

Ma torniamo a Cavacece. L’imputato, su mandato della Presidenza del Consiglio, è difeso dall’Avvocatura dello Stato. Anche attorno a lui ruota il nodo tecnico per cui l’Avvocatura ha espresso un parere in cui dice che «viste le contestazioni formulate nei capi di imputazione, non si ritiene sussistano ragioni per le quali l’Amministrazione dell’Interno ovvero altre Amministrazioni dello Stato, si costituiscano eventualmente parte civile». Tradotto: Palazzo Chigi non s’è costituito contro Montante perché non si possono svolgere due ruoli in commedia, ovvero il difensore di chi è accusato e il rappresentate di chi si ritiene danneggiato da chi è alla sbarra. Anche perché, in caso di condanna, lo Stato potrebbe essere chiamato a rispondere sul piano di eventuali richieste di risarcimento. «Per cambiare questo quadro, dovrebbero presentarsi elementi tali per cui all’Avvocatura venisse revocato il patrocinio legale». Ieri stesso, intanto, l’Avvocato generale aggiunto dello Stato, Carlo Sica, ha incontrato Morra fornendogli le spiegazioni tecniche del caso.

Ma è come darsi la zappa sui piedi. Perché, oltre ad ammettere - finalmente - il “buco nero” della mancata costituzione di parte civile contro Montnante, si rivela che un altro uomo di Stato è difeso con i soldi dei cittadini. Fra i (presunti) buoni e i (presunti) cattivi, dunque, lo Stato ha scelto di schierarsi dalla parte dei secondi.

La Sicilia aveva denunciato le defaillance in un fondo di prima pagina, pubblicato ben cinque mesi fa: “La forma, la sostanza e il silenzio”. Con una foto che immortalava Matteo Salvini accanto a Montante con una fiammante bici al salone di Milano del novembre 2017. Erano rispettivamente il leader della Lega (non ancora al governo) e l’imprenditore antimafia (non ancora arrestato, ma già indagato per mafia), entrambi ignari di tutto quello che sarebbe successo la successiva primavera. Matteo sull’altare del Viminale e padrone d’Italia, Antonello nella polvere di carceri e processo.


E il nostro giornale, in quella prima pagina del 30 ottobre 2018, sollevava due dubbi. «Il primo è di forma: era opportuno che il capo della Lega fosse lì? Magari legittimo, in uno Stato di diritto. Del resto, i testimonial vip delle biciclette della legalità sono numerosi. Soprattutto prima, ma anche dopo l’inchiesta di Caltanissetta. Ma è il secondo dubbio - quello di sostanza - a inquietare. Perché il Viminale, parte offesa nel processo agli “spioni” che usavano i suoi dati riservati, non s’è costituito nell’udienza preliminare?» C’era stato il flop iniziale della Regione, non ammessa come parte civile per un errore procedurale e poi ripescata. «Ma Salvini - scrivevamo - ha scelto di non contrapporsi a Montante in tribunale. Con un silenzio tombale, che stride con la loquacità dei cinguettii dopo ogni arresto di boss. E con una beffa morale: lo Stato, con i nostri soldi, sostiene la difesa di uno degli “007” sodali dell’ex paladino dell’antimafia».

Ieri, finalmente, qualcuno s’è accorto della situazione. Ma, anziché risolverla assumendosene le responsabilità, l’ha addirittura peggiorata. Con un rimpallo fra alleati, in un caso politico in cui non si sa chi vincerà. Ma si conoscono già gli sconfitti: i cittadini.

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