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Cronaca

Così in Sicilia si evitano drammi come Notre Dame

Di Laura Compagnino

Palermo. L'Italia è il primo Paese al mondo per patrimonio culturale, storico e architettonico. Una buona parte di questi beni rientra fra quelli culturali religiosi, costituiti da una miriade di ricchezze architettoniche, dipinti, libri e oggetti esposti in aree di scavo, piazze, palazzi e nelle oltre 95mila chiese disseminate nelle città del Paese. La gestione e la tutela di questo tesoro condiviso sono stati oggetto di una lunga trattativa fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica. Con la stipula dei patti lateranensi l'11 febbraio 1929 furono sanciti alcuni principi, poi aggiornati e riveduti con l’articolo 12 dell’accordo di Villa Madama siglato il 18 febbraio 1984, che ha apportato modifiche al concordato lateranense. L’intesa ha previsto espressamente che la Santa Sede e la Repubblica Italiana concordino «opportune disposizioni per la salvaguardia, la valorizzazione e il godimento dei beni culturali d’interesse religioso appartenenti a enti e istituzioni ecclesiastiche».

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Da allora sono state sottoscritti successivi accordi, anche in relazione alle modifiche legislative italiane con l’introduzione del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio. Negli anni trascorsi dal Concordato Lateranense, il clima di collaborazione tra Stato e Chiesa in materia di beni culturali è notevolmente migliorato, pur salvaguardando il pieno rispetto delle distinte competenze e prerogative delle due parti. Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo, nel 1995 disse: «È a tutti noto l’apporto che al senso religioso arrecano le realizzazioni artistiche e culturali, che la fede delle generazioni cristiane è venuta consolidando nel corso dei secoli». Con queste parole, il Pontefice volle richiamare l’importanza della tutela dei beni culturali, sottolineando ricordare come una significativa parte del patrimonio artistico del Paese fosse permeata dalla cultura religiosa, in particolare d’ispirazione cristiana. All’interno della Chiesa cattolica esiste un ufficio dei beni culturali ecclesiastici, costituito da un vescovo e da un direttore che opera in collaborazione con la Cei, con le soprintendenze ai Beni culturali, con gli enti pubblici e con i soggetti privati.

In Sicilia, questo organismo è diretto da Monsignor Gallaro, l’eparca di Piana degli Albanesi e dal direttore Don Fabio Raimondi. «Il patrimonio ecclesiastico - spiega Don Raimondi - appartiene alle diocesi, mentre alcune chiese, provenienti dall’incameramento dei beni di età napoleonica, sono identificate come Fondo di edifici di culto e ricadono sotto l’egida del ministero dell’Interno». La manutenzione dei beni culturali ecclesiastici come di tutto il patrimonio della Chiesa viene garantita attraverso i fondi dell’8 per mille che ogni anno i contribuenti scelgono di devolvere quale quota dell’imposta statale, mentre la gestione del Fondo degli edifici di culto è affidata alle Prefetture. «In caso di restauro di un bene culturale ecclesiastico - aggiunge Raimondi - la Cei interviene attraverso i fondi dell’8 per mille con la collaborazione delle diocesi locali e in alcuni casi anche con la cooperazione di enti pubblici. Ogni lavoro viene ovviamente svolto sotto la piena vigilanza delle soprintendenze sul territorio».

In Sicilia è in fase di realizzazione un censimento dei beni culturali ecclesiastici che è vasto e variegato. «Il patrimonio è ingente - chiosa Don Raimondi - mentre le risorse per la manutenzione sono davvero esigue. Le diocesi e la Cei fanno uno sforzo enorme ma senza i soldi dell’otto per mille sarebbe davvero difficile riuscire a tutelare questi tesori dell’uomo e della cristianità».

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